April
26

Dalla Cina con furore

Guardo ai miei piedi le scarpe simil-Puma made in China. Comprate oltre sei mesi fa in un negozietto della China town milanese alla folle cifra di 12 euro, sembrano ancora nuove.
Realizzate in purissima plastica 100%, probabilmente sfruttando manodopera infantile e quasi certamente inquinando fiumi e mari, queste scarpe – come moltissimi altri prodotti – promettono di sfidare il tempo e certamente fanno tremare i polsi a parecchi industriali del “made in Italy”.

Perché il “made in Italy” minaccia d’essere una fregatura colossale: una cara amica, da decenni impiegata in una delle molte aziende seriche del comasco che oggi faticano a campare, mi ha confidato che nella ditta per la quale lavora, da qualche tempo sciarpe e foulard arrivano belli e pronti dall’India; in magazzino a Como vengono tolti dai sacchetti di pvc, viene loro levata l’etichetta, fatto l’orlo, ed attaccata l’etichetta recante la scritta “made in Italy – 100% silk” (tecnicamente, l’orlatura è made in Italy…); in seguito vengono di nuovo messi nei loro sacchetti e sistemati sugli scaffali dell’outlet aziendale. Con prezzo aumentato del 100 – 150%.

Un affare per il compratore in Italia (che acquista un originale capo di seta comasca a prezzo ribassato rispetto a negozi e rivenditori autorizzati), un mega affare per l’azienda (che realizza a costi vicini allo zero prodotti che, se fatti nel nostro Paese, comporterebbero ben altre spese e che rivende a prezzi di gran lunga maggiorati). E poi chiudono le tintorie… E poi falliscono le stamperie…

In tutto questo turbinio di affari ed affaristi, permetterete che anche lavoratori precari e disoccupati, casalinghe e studenti possano desiderare di “fare un affare”?
Permettete che anche il laureato che lavora al call center per 600 euro al mese o il praticante nel prestigioso studio d’architettura coi suoi 300 euro al mese di rimborso spese possano aver voglia di “fare un affare”?

Ed ecco allora che la Cina viene loro in soccorso. Con le sue bancarelle al mercato di sciarpe in seta a 10 euro, con le stole di lino a 5 euro; con i jeans da 10 euro e le camicie da 12. Con i suoi negozi di via Paolo Sarpi che vendono kimono a 50 euro, tailleur a 30 e scarpe a partire da 10 euro. Con i suoi ristoranti, in cui con 25 euro si pranza lautamente in due. La Cina fa paura perché vende prodotti, comunque provenienti dall’est asiatico, a prezzi meno rialzati di quanto facciano i nostri industriali italiani.

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  1. A quando un’etichetta “100% made in Italy” ovviamente veritiera?

    Comment by Ulisse — 04/27/2006 #

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