Se Telecom non fosse stata privatizzata nel 1997 l’opposizione di allora - che è la stessa di oggi - avrebbe urlato allo scandalo. Oggi che la privatizzazione di Telecom sta diventando l’ulteriore sua svendita, ma soprattutto il solito pasticcio all’italiana, l’opposizione - non potendo mettere il dito nella piaga dell’assistenzialismo indiretto del grande e medio capitalismo nostrano, perché su quella piaga ci campa più della sinistra - urla per lo “scandalo Prodi”. Il despistaggio dal sapore moralistico nasconde malamente l’ipocrisia.
Le privatizzazioni - di Telecom e non solo - sono state la strada maestra dell’impoverimento del nostro paese, oggi più impaurito e più confuso di prima. Vero è che molte di quelle imprese andavano vendute. Il Nuovo Pignone a Firenze era una solida impresa di Stato e oggi è la stessa solida impresa seppur appartenente al gruppo General Electric. Bene si fece a vendere perchè le ragioni di un produttore di turbine e decompressori, in condizioni di mercato mutate non potevano più essere né di pertinenza, né alla portata di uno Stato, ma altrettanto vero fu che da allora passò l’idea che programmare, nel senso anche solo di guardare avanti, o pensare in senso generale, fosse un altrettanto grave bestemmia. Adeguandosi all’uopo, si passò a premiare la cultura d’impresa, segnatamente nella figura dell’imprenditore o del management, inteso come taumaturgo ma molto più osannato quando rivestiva i panni di tagliatore di teste.
Uccidendo la gallina statale (fin dal 1993) si voleva conseguire un altro cospicuo risultato: tirare la mazzata finale a sindacati e sinistra.
Non sono in grado di dirvi quanto i contribuenti italiani abbiamo tirato fuori per la cassa integrazione della Fiat da quando è nato il ricorso ad essa. Acquistarla sarebbe costato assai meno, ma si sarebbe dovuto mandare a casa il management, segnatamente la “famiglia” Agnelli. E sulla “famiglia”, specie se di potere, in Italia, si sa, non si scherza. Non credo che altri alibi abbiano impedito l’acquisto dell’azienda torinese.
Nel ‘97, quando Telecom venne venduta, di acqua sotto i ponti ne era già passata abbastanza, ma non per la sinistra al governo ancora alle prese con la sua falsa coscienza. Volendo dimostrare quanti quarti di “modernità” possedesse nelle proprie vene si mise all’opera per vendere le reti telefoniche. Bisognava così superare una volta per tutte l’esame di ammissione della prova pratica di “cultura di governo”. Nessuno avrebbe mai più potuto accusarla di statalismo.
Nel quinquiennio delle privatizzazioni decisi a smettere di pensare, si è voluto essere più bravi di governi francesi, inglesi e tedeschi, di destra e di sinistra, che gestivano e (ancora) gestiscono più o meno direttamente aziende di ogni tipo tra cui quelle di automobili, cioè ad alto contenuto tecnologico, come la Volkswagen, la Renault o aziende di infrastrutture come British Telecom.
Non voglio aprire il capitolo “banche” perché nei fatti senza di esse la Telecom sarebbe ancora un’azienda nazionalizzata.
In realtà io vorrei tanto si chiudesse qui anche il capitolo Telecom, perché non ha senso stracciarsi le vesti ora.
Certo, non è un caso che in un paese in cui storicamente il capitalismo è arrivato tardissimo rispetto ai paesi sopra citati, ci si sia potuti ispirare a principi così arditi (e astratti) come quelli del laissez faire. E’ bastato adattarli alla situazione e alla cultura d’impresa nostrana.
Dunque, alla fine ci siamo venduti tutto, a fronte di un debito pubblico nel frattempo cresciuto a dismisura anche per servire industrialmente il paese, ed è andata male. Abbiamo assoggettato a criteri di “economia, efficienza e efficacia” persino le ferrovie. Provate a prendere un qualunque treno.
Il diritto privato e societario era (ed è ancora) il nuovo verbo. Il futuro ci doveva sorridere: noi italiani abbiamo la fantasia, l’estro e anche il know how. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Si chiamano: Montedison, Cirio, Alfa Romeo e siamo privi di chimica, farmaceutica di grandi dimensioni, elettronica, aviazione civile, fiori all’occhiello dell’impresa pubblica e privata nazionale fino a vent’anni fa.
C’ è qualcosa che non va. Ma non se ne parla.
Io credo che Prodi non dica la verità oggi quando in parlamento ci spiega la vicenda, ma volete credere che la dica Tronchetti Provera quando verbalizza verità (di comodo ?) e poi si dimette senza spiegarci il perché? Tanto meno mi aspetto di sentire qualcosa di serio dal patetico Tremonti che parla con asmatica insistenza di commistione tra “politica e affari” riferendosi alla vicenda Rovati e sorvolando sul suo padrone.
In realtà a me non interessa nulla di quello che avrebbe fatto questo governo con Telecom. Nessuno di quei signori dentro l’emiciclo di Montecitorio oggi può onestamente dire nulla sul destino di un’azienda. Non è un caso che ne abbia invece parlato solo un “comunista” di nome Giordano.
Non perché manchino gli argomenti, ma perché essi non hanno più legittimità politica. Ci si gira intorno, si parla di regole, magari! ma non si può fare un passo avanti. Le bugie incombono, dunque, ma perché sono figlie della bugia più grande. Una bugia di comodo che sta strozzando il paese.
Una politica e un’economia che si votano al “liberismo”, o a una sua forma più o meno ortodossa, rende lo Stato out. A ruota lo segue la politica che deve agevolare, non tassare, aiutare, ma non “intromettersi”. Ormai questa è diventata un’ovvietà da vendere a quei centomila duecentomila ? che potrebbero determinare l’esito di un’elezione. E per rischiare su un argomento simile ci vogliono leaders e partiti forti. Che non esistono.
Ad ogni modo il progetto è fantastico per chi spera di adoperare lo Stato e i contribuenti per i suoi porci comodi. Out finiscono fatalmente altre cosette.
Per esempio anche alcune domande coperte dal nuovo tabu: come chiedersi se i capitalisti ci sono o meno, se sono bravi o scarsi, se sono affidabili o meno, se danno garanzie, se hanno i soldi, specie se i settori in vendita sono di natura “strategica”. (Ma se sono strategici perchè si vendono?)
Chi crede al mercato come regolatore e produttore di scambi virtuosi tra i soggetti economici, crede sostanzialmente (ancora) all’homo economicus - figura del mito - secondo cui la natura delle cose, cioé del mercato, produce il capitalista, attirato dal profitto. Il capitalista cioé c’è, perché c’è il mercato. E tanto basta. Un comportamento frutto di questa idea fu quello tenuto dal governo precedente che non volle controllare i prezzi in aumento dopo il cambio da lira a euro, perché è il “mercato che regola i prezzi” e poi con la coerenza di Giuda attaccava l’euro e strizzava l’occhio agli speculatori (che lo hanno rivotato).
In un sistema come il nostro allora quinta potenza economica mondiale chiedersi chi comprava, pareva - e pare (ancora) - una domanda da diletttanti. E infatti, né prima nè dopo la vendita di Telecom, se lo è mai chiesto nessuno. O quasi. Mica siamo dei dilettanti, noi.
Non credo sia un esercizio di grande intelligenza oggi voler conoscere la verità dei fatti tra Prodi, fino a prova contraria formalmente detentore dell’utilizzo della golden share in seno a Telecom e Tronchetti-Provera, formalmente controllore Telecom attraverso la sua Olimpia, perché entrambi in realtà mentono, insieme con l’opposizione, non sul destino di Telecom ma su quello del mio paese.

