November
30

Liberi di scegliere

Pare che molti non abbiano ben chiara la distinzione tra una norma di legge che impone di fare qualcosa e un’altra che lascia i cittadini liberi di scegliere tra il fare e il non fare. Gli effetti di questo equivoco, a volte, sono esilaranti. E’ probabile che, molto spesso, chi confonde questi due aspetti sia in buona fede - anche se così dimostra scarsa capacità di discernimento -, ma è quasi certo che chi se ne approfitta ha ben chiara la distinzione, ma ha un suo tornaconto quando rimesta nel torbido. In genere, il tornaconto è il mantenimento di un certo potere.

In ogni caso io credo che le dichiarazioni dei politici non siano mai spontanee e persino quando sono molto grezze e rozze - penso a certe sparate alla Calderoli o alla Borghezio - penso che siano quasi sempre studiate e calibrate per ottenere un certo effetto. Infatti io sarò maligno o diffidente: non credo alla spontaneità dei politici, perché se fossero spontanei non sarebbero uomini politici, ma farebbero un altro mestiere. (Uno vero, mi verrebbe aggiungere, stavolta sì con malignità). Il discorso è diverso per le "lettere ai giornali", in cui spesso ritrovo - senza troppe mediazioni - le "reazioni di pancia" della gente. Ed è qui che resto stupito per quella incapacità di discernere, ai limiti della confusione mentale, che si trasforma in disonestà intellettuale quando viene sfruttata dai politici.

A proposito del decreto di Livia Turco, con il quale s’innalza la dose minima di cannabis, un lettore scrive a un quotidiano - è irrilevante specificare quale - che questa misura provoca un "danno irreparabile alla nostra economia". E spiega: "Con il raddoppio della dose di cannabis aumenta rapidamente l’assuefazione a tale sostanza (come avviene per i [sic] psicofarmaci) che, provocando lesioni irreversibili al cervello, induce il ricovero urgente dell’interessato con ulteriore aggravio della spesa sanitaria e una ulteriore riduzione del Pil per la diminuzione delle giornate lavorative". La mia prima reazione è di sbigottito divertimento (o di divertito sbigottimento). Poi capisco l’equivoco. A parte i rilievi di natura medico-sanitaria - che andrebbero indagati e studiati più che buttati lì così -, sembra che, secondo il lettore, il "raddoppio della dose minima" implichi automaticamente l’obbligo, da parte di chi assume droghe, di assumerne il doppio. Secondo lui, quindi, lo scopo del decreto della Turco è quello di costringere i fumatori di cannabis a fumare il doppio. E da qui, a cascata, lo scenario da apocalisse culminante in quella catastrofe che sarebbe "la diminuzione delle giornate lavorative". Insomma, per lui il messaggio è chiaro: questo governo costringe la gente a drogarsi di più. Non prende nemmeno in considerazione che questa misura non dispone, né provoca, un aumento del consumo, ma si limita a non punire i consumatori in quanto tali. E’ più utile all’economia italiana riempire le patrie galere - e riempirle per niente, senza risolvere niente?

Questa incapacità di distinguere tra "obbligo di fare qualcosa" e "possibilità di scegliere se fare qualcosa" si manifesta in modo ancora più drammatico in questi giorni, in cui si sta discutendo di una eventuale legge sull’eutanasia, anche sull’onda della vicenda di Piergiorgio Welby. La proposta di legge, firmata - tra gli altri - dal radicale Maurizio Turco (scambiato da un noto quotidiano berlusconiano per il ministro Livia), va in questa direzione ed è una legge assolutamente liberale, nel senso che lascia all’individuo la possibilità di ricorrere all’eutanasia nel caso in cui egli ritenga che questo sia l’unico rimedio per la sofferenza provocata da una malattia incurabile. Che altro c’è da discutere? Eppure c’è chi - con malizia - finge che una legge del genere non serva ad ampliare lo spettro delle possibilità, ma al contrario voglia in qualche modo "imporre" l’eutanasia. Una legge per la libertà di scelta travisata dai suoi avversari che la spacciano come un obbligo, e non un’opportunità, con l’unico scopo di impedire all’individuo di scegliere, responsabilmente, che cosa fare della propria vita e del proprio corpo.

Chi, consapevolmente, opera e sfrutta questa confusione tra obbligo e libertà lo fa per confermare il proprio potere sul corpo e sulla mente degli altri. Chi invece lo fa inconsapevolmente - e, forse, in buona fede - sembra avere già abdicato alla propria responsabilità e rinunciato alla propria libertà, concedendo ad altri la signoria sul proprio corpo e sulla propria mente. Ma io mi domando: in cambio di che cosa, non avendo nemmeno ottenuto il potere in cambio?

cadavrexquis

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  1. Parole sante!

    Comment by Carlo — 11/30/2006 #

  2. Caro cadavrexquis
    gli schiavi sono così schiavi che concepiscono anche la libertà come obbligo.
    In altri termini, il fatto che possano optare eentualmente per l’eutanasia o l’aborto per loro diventa un obbligo di praticare l’eutanasia o l’aborto.
    Non riescono a concepire che civiltà significa avere la possibilità di scegliere e di compiere le proprie scelte in base a un ben meditato criterio etico.
    Per loro comportamento etico è solo obbedire a dei comand(ament)i che vengono dall’alto, senza pensare, senza discutere, senza porsi interrogativi profondi.
    Quando si parla di etica, se uno pensa che ne esista una sola è un pazzo; se pensa che la sua debba essere imposta all’intera società è un criminale.

    Nella tua mail parli dei politici come degli attori sempre pronti a mentire e a vendere fumo.
    Non sono un estimatore dell’attuale classe politica, ma prova a pensare alla vita che fanno e vedrai che non potrai fare a meno provare per loro un sentimento di pena che può giungere alla simpatia.
    Parliamo non dei pochi politici idealisti o che lo fanno per sport o come hobby. Parliamo dei politici professionisti, dotati di una giusta ambizione, vogliosi di impegnarsi nell’amministrazione della cosa pubblica.
    In genere, per svolgere il loro ruolo, devono trascurare per anni, lustri, decenni sia il loro lavoro originario sia la famiglia sia i propri interessi personali. Vivono in un continuo stato di conflitto, lieve con gli avversari politici dichiarati, molto più acceso con i “compagni” di partito, che saranno in ogni momento pronti a fare loro le scarpe, a denigrarli ingiustamente, a emarginarli.
    Sovente si trovano a essere imbrigliati in giochi più grandi di loro e ad alto rischio, che in un istante possono cancellare anni e anni di lavoro, facendoli cadere in disgrazia. E non ci vuole molto: basta un pettegolezzo ben assestato, basta un articolo di giornale, non importa se impreciso.
    Se sono buttati fuori dai giochi e dai giri che contano si ritrovano con un pugno di mosche in mano, ormai incapaci di ricostruire una professione, da tempo non più praticata, quasi estranei alla loro stessa famiglia.
    Più velocemente fanno carriera, più è probabile che veloce sia la successiva caduta.
    Se riescono a mettere in atto tutte le complesse misure a protezione del potere conquistato, è probabile che vivano infelici, arroccati nella loro torre, in perenne difesa, terrorizzati dall’idea di una possibile disfatta.
    Ci vuole un bel coraggio per desiderare una vita così.
    Certo anche altri campi, come l’industria o le professioni, vedono la competizione, la fortuna di alcuni e la sfortuna di altri, ma solo nella politica si vede un così elevato livello di odio, di invidia, il ricorso a qualunque mezzo per sbarazzarsi dell’avversario e per raggiungere uno scopo.

    Comment by Condorcet — 12/1/2006 #

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