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La morte giusta dei dittatori
Non è certo il caso di fare una festa, ma per quanto riguarda la politica l’esecuzione dell’ex dittatore Saddam Hussein sta all’attivo di questo 2006.
La questione è moralmente questa: le colpe, quando sono così grandi, devono essere pagate nel modo estremo.
La questione è giuridicamente questa: il processo Saddam è stato legittimo all’interno dei loro ordinamenti giuridici. Ordinamenti primitivi ma legittimi in quel quadro socio-culturale. Osserva in proposito Pietro Ostellino:
“Nella nostra cultura giuridica, il principio di legalità impone al giudice di attenersi alla lettera della legge, evitando di fare riferimento alla morale e alla religione; a sua volta, il principio di legittimità pretende che la legge sia fondata sul rispetto dei valori della democrazia liberale e sulle garanzie dello Stato di diritto. Nella cultura giuridica islamica, al contrario, il principio di legalità coincide con quello di legittimità solo se ha a proprio fondamento la morale religiosa (che non è propriamente lo Stato di diritto). Si tratta di due piani differenti — quello occidentale, giuridico, che spiega il rifiuto etico-politico della pena capitale; quello islamico, morale, che la giustifica giuridicamente — da cui valutare il processo, ma che fanno tutta la differenza fra la nostra e la loro civilizzazione.”
Se il principio morale fosse stato “non si deve dare la pena di morte”, allora neanche a Hitler (se non ci avesse pensato da sè suicidandosi) si sarebbe dovuta applicare la sanzione estrema. E la fucilazione di Mussolini (avvenuta senza processo) sarebbe stata non solo illegittima, ma anche ingiusta e per di più definibile come un omicidio. E neppure il rapimento, il processo e l’esecuzione di Adolf Eichmann, il “funzionario” della Shoah, sarebbe stato un infinitesimo atto di giustizia davanti alla enormità del genocidio industrialmente organizzato.
Il mio personale giudizio nei confronti della storia contemporanea è quello di osservare una profonda ingiustizia nel fatto che Stalin , Mao, Francisco Franco, Pinochet …. siano morti secondo il loro orribile ciclo naturale di vita. E lo stesso avverrà per Fidel Castro, che anzi verrà decantato come un eroe.
Al male estremo non c’è rimedio. Si può solo parzialmente combatterlo con una reazione altrettanto estrema. Anche per evitare che queste figure mefitiche possano continuare nella loro opera concreta e simbolica.
Nella storia non ci sono equivalenze nette, ma solo rassomiglianze che possono provocare quella “tonalità affettiva” adatta alla riflessione.
La seguente pagina di Hannah Arendt tratta da “La banalità del male” mi sembra adatta:
“Le proteste, è vero, ebbero breve vita, ma furono numerose e vennero da persone influenti e autorevoli. La tesi più comune era che le colpe di Eichmann erano troppo grandi per poter essere punite dagli uomini, che la pena di morte non era proporzionata a crimini di tali dimensioni: il che naturalmente in un certo senso era vero, sennonché è assurdo sostenere che chi ha ucciso milioni di esseri umani debba per ciò stesso sfuggire alla pena. Tra la gente comune, molti dissero che la condanna a morte dimostrava "poca fantasia," e proposero, sia pure tardivamente, alternative ingegnose: Eichmann per esempio avrebbe dovuto "trascorrere il resto della sua vita nelle aride distese del Negeb, condannato ai lavori forzati, aiutando col suo sudore a colonizzare la patria degli ebrei" — una pena a cui probabilmente non avrebbe resistito più di un giorno, a prescindere dal fatto che il deserto del Negeb non è propriamente una colonia penale; oppure, nello stile di Madison Avenue, Israele avrebbe dovuto innalzarsi ad "altezze sublimi," al di sopra delle considerazioni "razionali, ,giuridiche, politiche e anche umane," convocando tutti coloro che lo avevano catturato, processato e condannato e proclamandoli "eroi del secolo" nel corso di una cerimonia pubblica, con Eichmann presente in catene, facendo riprendere la scena dalla televisione.
Martin Buber defini l’esecuzione un "errore di portata storica," che poteva "liberare dal senso di colpa molti giovani tedeschi" — un argomento che stranamente riecheggiava le idee dello stesso Eichmann, il quale proprio per quella ragione aveva espresso un giorno il desiderio di essere impiccato in pubblico. (Questo, probabilmente, Buber non lo sapeva, ma è strano comunque che un uomo della sua statura morale e della sua intelligenza non si rendesse conto di quanto spurio fosse quel tanto reclamizzato senso di colpa. Sentirsi colpevoli quando non si è fatto nulla di male: quanta nobiltà d’animo! Ma è assai difficile e certamente deprimente ammettere la colpa e pentirsi. La gioventù tedesca, ad ogni passo della sua vita, è circondata da tutte le parti da uomini che oggi rivestono cariche pubbliche importanti e che sono veramente colpevoli, ma non sentono nulla. Di fronte a questo stato di cose, la reazione normale dovrebbe essere lo sdegno, ma lo sdegno sarebbe molto pericoloso — non un pericolo fisico, ma sicuramente un ostacolo per la carriera. I giovani tedeschi — uomini e donne — che ogni tanto, come in occasione della pubblicazione del Diario di Anna Frank oppure del processo Eichmann, esplodono in manifestazioni isteriche di senso di colpa, non vacillano sotto il peso del passato, sotto il peso delle colpe dei loro padri; cercano piuttosto di sottrarsi alla pressione dei veri problemi attuali rifugiandosi in un sentimentalismo a buon mercato.) Il professor Buber aggiunse che non sentiva "alcuna pietà" per Eichmann perché aveva pietà soltanto per quelli "di cui nel mio cuore capisco le azioni"; e ripetè ciò che aveva detto in Germania molti anni prima, e cioè che "solo formalmente" aveva qualcosa in comune, come uomo, con coloro che avevano partecipato alle gesta del Terzo Reich. Questa alterigia, però, era un lusso che chi doveva giudicare Eichmann non si poteva permettere, perché la legge presuppone appunto che si abbia qualcosa in comune, come uomini, con gli individui che accusiamo, giudichiamo e condanniamo. A quanto ci consta, Buber fu l’unico filosofo a esprimere pubblicamente un giudizio sull’esecuzione di Eichmann (poco prima che iniziasse il processo, Karl Jaspers aveva concesso alla radio di Basilea un’intervista, più tardi pubblicata su Der Monat, in cui aveva detto che Eichmann doveva essere giudicato da un tribunale internazionale); e dispiace constatare che proprio lui, persona cosi autorevole, eludesse il vero problema posto da Eichmann e dalle sue azioni.
Le voci che meno si udirono furono quelle di coloro che per principio erano contrari alla pena di morte; eppure le loro idee sarebbero rimaste valide, poiché non avrebbero avuto bisogno di riadattarle a questo caso particolare. Ma forse si resero conto — giustamente, a nostro avviso — che battersi per Eichmann non avrebbe giovato molto alla loro causa.”
Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli, 1964
Per una cronaca di questi avvenimenti del 30 dicembre 2006, vi rimando a un testo documentale di sir percy blakeney


aggiungo un articolo di paul berman, che pur provenendo da una cultura contraria alla esecuzione chiarisce in modo convincente l’ipocrisia degli europei e della gran parte della opinine pubblica italiana, incapaci di riconoscere l’islamo-fascismo e la sua strategia.
Paul Berman, : «Ciechi di fronte al fascismo iracheno» Dal CORRIERE della SERA del 4/1/2007,
L’impiccagione di Saddam a Bagdad si è rivelata un avvenimento doppiamente scandaloso, innanzitutto per la scena in se stessa, e successivamente per la reazione innescata nell’opinione pubblica occidentale, in particolare in Italia. Per affrettare l’esecuzione, il primo ministro Nuri Kemal al-Maliki ha aggirato una legge che richiedeva l’approvazione di altri due leader politici, e un’altra ancora che prescriveva di attendere che fosse trascorsa una festività sunnita: in poche parole, aggirando la legalità stessa.
Si è venuto a sapere inoltre che i boia, che hanno insultato il condannato a morte, erano membri della milizia di Moqtada al Sadr, da diverso tempo a capo degli squadroni della morte che massacrano i sunniti, per vendicare i massacri messi a segno dai sunniti nei quartieri sciiti. Di conseguenza l’esecuzione di Saddam si è rivelata odiosa sotto ogni punto di vista. E’ stata una condanna a morte eseguita da uno Stato fallimentare o sull’orlo del baratro, uno Stato che non è riuscito neppure ad arrogarsi il monopolio della violenza, come dimostra il ruolo svolto dalle milizie di al Sadr. La violenza di piazza è sempre squallida e ripugnante, ma la violenza di piazza che si fregia del nome di Stato democratico è ancora peggiore.
Eppure, la reazione avvenuta in altre parti del mondo è anch’essa spaventosa. In Europa occidentale, e non solo qui, l’opposizione alla pena di morte — alla pena in se stessa, non al metodo di esecuzione — è diventata uno strano feticcio. Anziché contribuire alla formazione di una coscienza morale, l’opposizione alla pena di morte è diventata un ostacolo allo sviluppo della coscienza morale. L’indignazione per la morte ingiusta di un singolo individuo è riuscita a bloccare l’indignazione davanti alla morte di migliaia di esseri umani anonimi. La dittatura baathista in Iraq, tra le più sanguinose della storia moderna, prese inizio con impiccagioni di massa a Bagdad nel 1969, soprattutto di ebrei iracheni, accusati di essere agenti sionisti. Il successivo sterminio dei Curdi nel 1988 si lasciò dietro 180.000 morti. Sepolture di massa vengono alla luce regolarmente. Si parla di 300.000 iracheni scomparsi, e a questi si aggiungono i morti iraniani causati dalla guerra scatenata da Saddam contro l’Iran, i morti kuwaitiani, il sostegno agli attentatori suicidi in Palestina e gli attacchi missilistici contro Israele nel 1991. E che tipo di reazione hanno scatenato questi innumerevoli crimini a livello mondiale?
Le più grandi manifestazioni nella storia mondiale si sono svolte nel febbraio del 2003, non per denunciare questa mostruosa tirannide, bensì per impedire che questa mostruosa tirannide venisse rovesciata. Oggi assistiamo a un nuovo fremito di orrore, ma non per i combattimenti e i massacri tuttora perpetrati dal partito Ba’ath di Saddam e dalle varie organizzazioni che gli sono succedute in Iraq, bensì per la messa a morte del tiranno. I più nobili sentimenti di altissima moralità sono suscitati dalla figura di un dittatore sanguinario: questo fenomeno non è nuovo nella storia moderna, ma oggi ne abbiamo sotto gli occhi una nuova e straordinaria versione. E non è difficile capire quanto sia costata all’Occidente tanta indignazione contro gli oppositori di Saddam. Perché, infatti, il nuovo stato democratico in Iraq si è dimostrato così traballante e inaffidabile? Non è forse perché gli iracheni che lottavano contro Saddam non hanno mai ricevuto un sostegno adeguato, né dagli Stati Uniti, né da nessun altro nel resto del mondo? Lo Stato iracheno è caduto nelle mani delle milizie assassine perché la coalizione internazionale non ha mai saputo assicurare al popolo iracheno la sicurezza di cui aveva così disperatamente bisogno. Ed ecco il risultato, in questa esecuzione infamante.
Tuttavia la reazione più strana e agghiacciante è certamente quella dell’Italia, e questo perché il fascismo italiano è tornato nuovamente in discussione durante tutto il processo a Saddam. E’ vero che il partito baathista si richiama piuttosto al nazismo e allo stalinismo che non a Mussolini, sotto il profilo ideologico.
(L’ispiratore di Saddam nel Ba’ath, Michel Aflaq, era il traduttore arabo di Alfred Rosenberg, il teorico del nazismo). Eppure, anche Mussolini ha ispirato il Ba’ath. Il processo a Saddam ha preso avvio sul finire del 2005 e quando il primo testimone è stato introdotto davanti alla corte, il 6 dicembre del 2005, Saddam si è messo a urlare: «Io sono Saddam Hussein! Come ha fatto Mussolini, bisogna resistere all’occupazione fino alla fine, questo è Saddam Hussein!» Il processo è terminato sullo stesso tono. Il 5 novembre 2006, Saddam è stato condannato all’impiccagione e il primo ministro al-Maliki è apparso in televisione, per rivolgersi al popolo iracheno con queste parole: «L’era di Saddam Hussein da oggi appartiene al passato, come l’era di Hitler e Mussolini».
Mussolini all’inizio e alla fine del processo: che cosa ci rivela tutto questo? Dovrebbe rivelarci che in Iraq la gente, come Saddam e il primo ministro al-Maliki, sa benissimo di avere a che fare con tragedie e orrori che non sono esclusivi alla loro nazione, e con un movimento che ha preso origine e nome in Italia: il fascismo. Ma il fascismo iracheno non ha mai suscitato indignazione nel resto del mondo. Solo gli errori e l’incompetenza dell’antifascismo in Iraq hanno sollevato sdegno a livello mondiale.
Le vergognose immagini dell’impiccagione di Saddam devono farci rabbrividire dall’orrore davanti a uno Stato incapace, davanti alla violenza di piazza e davanti a quello che potrebbe davvero trasformarsi nel fallimento finale dell’intervento contro Saddam. Ma le scene d’indignazione che hanno accolto l’esecuzione di Saddam dovrebbero anche farci rabbrividire dall’orrore davanti all’incapacità della nostra società di riconoscere i movimenti fascisti per quello che sono realmente, davanti alla moderna cecità per il crimine del genocidio. Quali fattori hanno consentito al fascismo e al genocidio di dominare la storia moderna nel secolo passato? Oggi stesso vediamo uno di questi fattori in azione: provare indignazione per reati minori e restare ciechi davanti a reati maggiori, mentre ci si congratula per la propria superiorità morale. Queste persone credono di avere la «coscienza a posto», ma in realtà si tratta di una «coscienza falsa».
Comment by amalteo — 01/4/2007 #
bè…secondo me non è poi così giusto…insomma hanno fatto molte cose brutte ma non si risolve certo con la violenza…insomma hitler ha ammazzato 6 milioni di ebrei, ma non dasolo…c’erano molti pazzi come lui, perché nessuno è intervenuto…era impossibile che la cittadinanza e gli altri politici non sapessero nulla di quello che faceva…insomma non era l’unico pazzo…da solo non sarebbe riuscito a sterminare un intero popolo…e mussolini?ricordiamoci che ha comunque introdotto il fascismo in italia…senza la sua opera le cose private sarebbero di tutti…uno scienziato prenderebbe lo stesso stipendio di uno spazzacamino…/:)
Comment by Anonymous — 05/25/2007 #