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Saddam: il video completo dell’esecuzione
Ecco il video completo dell’esecuzione di Saddam Hussein, impiccato ieri a Baghdad, è disponibile oggi su internet. Della durata di due minuti e 38 il video, di qualità mediocre, sembra girato con un telefono portatile da una delle persone che hanno assistito all’esecuzione. L’angolazione è diversa da quelle delle immagini trasmesse ieri dalla televisione irachena.
Si vedono i boia che scandiscono il nome di Moqtada Sadr, il leader sciita radicale nemico di Saddam, il cui padre e uno zio sono stati assassinati durante il deposto regime. Al momento della caduta del corpo nel vuoto, Saddam Hussein sta pronunciando l’inizio del secondo versetto della professione di fede.
Il corpo cade brutalmente con un rumore di metallo. Dopo alcuni istanti di confusione le immagini si fissano sulla testa del giustiziato appesa alla corda. L’impiccagione è avvenuta ieri mattina alle 4:00 locali in una camera della caserma dei servizi segreti militari a Khadamiyah, un quartiere sciita di Baghdad.


dal Corriere della Sera 31/12/2006
Come fare i conti con i dittatori
Mai più patiboli. Per nessun motivo
di Paolo Mieli
L’impiccagione di Saddam Hussein chiude in modo orribile una vicenda che fin all’ultimo istante avevamo sperato potesse avere una fine diversa. Orribile, abbiamo detto, non soltanto perché così da tempo ci appare ogni esecuzione di condanna a morte, ma anche per il fatto in sé che inchioda la tragica avventura della guerra irachena a un episodio lugubre destinato a pesare sulle coscienze di tutti. Di tutti sì, persino su quelle di chi nel 2003 si dissociò senza indugi dal conflitto mesopotamico.
Non ci è sfuggita nei giorni scorsi una curiosa esitazione da parte di studiosi vicini all’amministrazione Bush, quali Daniel Pipes, Paul Berman, Peter Galbraith, che pure hanno giudicato eticamente legittima l’uccisione del dittatore di Bagdad. I tre hanno giustificato la decisione di far salire quell’uomo sul patibolo; ma si sono poi sentiti in dovere di aggiungere che il processo è stato contrassegnato da «una procedura affrettata e incompleta» (Pipes); che stavolta l’«uccisione del re», a differenza di quelle nel 1649 di Carlo I d’Inghilterra e nel 1793 di Luigi XVI in Francia, «non risolve nulla dal momento che in Iraq non è sorto un nuovo stato in sostituzione del precedente»; che non si può dimenticare che «noi americani eravamo alleati di Saddam mentre lui uccideva con i gas i suoi concittadini a decine di migliaia, sicché non dico che siamo complici ma siamo colpevoli di aver fatto finta di non vedere» (Galbraith); che adesso c’è il pericolo che «per gli insorti Saddam diventi un martire» e che «il conflitto fratricida tra sunniti e sciiti si ingigantisca e renda ingovernabile l’Iraq» (Pipes).
Altri hanno sottolineato la stravaganza della condanna a morte di Saddam per la strage di 148 sciiti nel 1982 a Dujail (fu la rappresaglia per un attacco al convoglio presidenziale) dal momento che ora il tiranno non potrà essere sottoposto a processo per reati incommensurabilmente più gravi consumati negli anni Ottanta quali l’uccisione di decine di migliaia di curdi e l’uso di armi chimiche nella guerra all’Iran. Altri ancora hanno messo in risalto come, a dispetto del fatto che il tribunale sia stato composto da iracheni, in terra irachena e abbia giudicato in obbedienza alle (attuali) leggi irachene, si sia trattato pur sempre di una giustizia dei vincitori a danno di un vinto.
Ma a noi sembra che tutte queste considerazioni — condivise da chi in un modo o nell’altro ha giustificato l’esecuzione e da chi invece quella messa a morte l’ha condannata e nella misura del possibile contrastata — colgano solo una parte della questione. Questione che va ricondotta a un punto di principio: non è, non può essere ammissibile che un tal genere di processi possa svolgersi in situazioni in cui sia anche solo contemplata la pena di morte. Il problema si pose già alla fine della Prima guerra mondiale quando, nel 1919, uno specifico articolo del trattato di Versailles impegnò i vincitori a trascinare alla sbarra Guglielmo II quale responsabile del conflitto (ma l’Olanda rifiutò di consegnare l’imperatore e il caso fu così risolto). E si ripropose a conclusione della Seconda guerra mondiale con i processi ai «vinti» che si tennero a Norimberga e a Tokyo.
In entrambi i casi, pur dopo dibattimenti che avevano offerto agli imputati maggiori garanzie di quelle riservate oggi a Saddam, si ebbero sentenze che non hanno mai smesso di provocare tormenti. In Germania già il dibattimento fu parzialmente minato nella sua credibilità per il fatto che evitò, a dispetto delle evidenze, di discutere il coinvolgimento di una potenza vincitrice, l’Urss, nell’aggressione alla Polonia, episodio da cui (nel settembre del ‘39) aveva avuto inizio la guerra; e alla fine capitò curiosamente che ebbero una pena relativamente lieve Baldur von Schirach e Albert Speer di cui era palese il coinvolgimento con i crimini hitleriani e fu invecemandato a morte (assieme a una decina di alti gerarchi nazisti) Julius Streicher, direttore di una rivista antisemita,
Der Stürmer colpevole d’un reato, per quanto odioso, «d’opinione». In Giappone una corte che (a differenza del tribunale di Norimberga formato dopo una complessa negoziazione tra le potenze vincitrici) era stata designata personalmente dal generale MacArthur, decise l’impiccagione del ministro degli Esteri Hirota Koki, di quello della Guerra Itagaki Seishiro e di altri cinque alti ufficiali ma, con motivazioni tutte politiche, lasciò in vita (e sul trono) l’imperatore Hirohito con il principe Asaka. Talché anche i contemporanei furono assaliti dal dubbio. Piero Calamandrei, che pure aveva giustificato il processo di Norimberga, in un celebre articolo sul Ponte domandò «perché gli imputati si sono trovati solo tra i vinti? e perché i giudici soltanto tra i vincitori?» Oggi l’elaborazione di problemi che, come abbiamo visto, sono stati dibattuti per tutto il secolo scorso ci porta a dire che un despota, per quanto gravi siano stati i suoi crimini, o viene ucciso al momento della sconfitta e della sua cattura oppure «deve» restare in vita. Sia processato e condannato a una pena detentiva, o all’esilio, ma mai sia consegnato a Corti che abbiano la facoltà di mandarlo al capestro. Il nostro sistema morale può tollerare un’uccisione a caldo con modalità che sappiamo non verranno mai accertate, ma non può più permettere lo stravolgimento di forme giuridiche per via di un esito che sempre e comunque apparirà scontato in partenza.
La morte di Saddam potrà essere utile solo in un modo: se soprattutto nell’Occidente provocherà un’ondata di riprovazione tale da convincere la comunità internazionale a non consentire che un episodio del genere possa ripetersi. Mai più. In nessuna circostanza. Per nessun motivo.
31 dicembre 2006
Comment by mb — 12/31/2006 #
La sua è una posizione che rispetto ma piena infarcita di IPOCRISIA.. facile dire no… non farlo.. bene che soluzione prospetti allora? perchè se dico no.. propongo una soluzione.. alternativa …
Ora tutti si dolgono, ma si sapeva da mesi che sarebbe stato impiccato a Dicembre.. dal giorno della prima sentenza del 5 Novembre… hanno avuto tempo per.. ma non hanno fatto.. mi sembrano molto lacrime di coccodrillo…
Comment by Sir Percy Blakeney — 12/31/2006 #
Che non lo abbiano fatto in tempo utile è certamente rivelatore di ipocrisia. Mi pare che i nostri punti di disaccordo siano sostanzialmente due: la giustificazione di legittimità della condanna all’impiccagione del Raìs, e il senso di soddisfazione della sua effettiva esecuzione.
Soprattutto da quest’ultima, Sir Percy, prendo decisamente le distanze.
Comment by mb — 12/31/2006 #
Allora MB non provo piacere per la morte di nessuno, non mi mettere in bocca parole che non ho scritto.
Dettaglio ulteriormente comunque:
1) L’esecuzione di Saddam Hussein è avvenuta in modo conforme alle leggi irachene e fa seguito ad un processo che, nonostante i gravi problemi ed attentati, ha visto garantiti i diritti di difesa
2)Ma non si può eludere il significato politico che deriva dall’esecuzione di questo dittatore genocida
3)Si può giustamente condannare che la pena di morte faccia parte del codice iracheno, così come in quelli di molti altri paesi.. ma per il momento sento un silenzio assordante
4)Mi fanno schifo gli ipocriti
Comment by Sir Percy Blakeney — 12/31/2006 #
Ero abituato a vederti giocare in attacco, ti vedo giocare in difesa. Non hai espresso “soddisfazione” direttamente con parole. Hai però espresso una posizione giuridico-politica che già è stata discussa, ma soprattutto hai fatto ciniche affermazioni del tipo: l’impiccagione del Raìs era il “minimo sindacale” e, con approvazione, questa è la fine che fanno i dittatori.
Comment by mb — 12/31/2006 #
Ma quale difesa… ti ho dettagliato.. ulteriormente, e ti confermo che secondo me era l’unica soluzione praticabile e giusta. Come ti confermo che non provo gioa per la morte di Saddam, ma neanche dolore… oppure altro.. del resto come si può provar alcun sentimento per la morte di monstro assassino genocida. si forse quello di liberazione.
Comment by Sir Percy Blakeney — 12/31/2006 #
incuriosito ho visto le immagini, le sensazioni che ho provato probabilmente sono nulla in confronto a quelle che proveranno le migliaia di persone ai quali Saddam ha ucciso i suoi familiari e amici.
Sono contento che l’abbiano fatto, sono favorevole alla pena di morte e avrei preferito una morte più crudele per il Rais.
Forse verrò denigrato ma siete sicuri che dentro di voi non abbiate goduto? io avrei voluto vedere anche qualche familiare che gli sputava addosso, altri che lo tiravano per i piedi, o torture…
Un crimale, un terrorista che ha fatto diventare il paese più ricco della Terra di Petrolio e con una cultura millenaria una porcheria meritava ben peggio di quello che gli é successo!
Sono contrario alla guerra che gli USa hanno fatto contro l’Iraq ma la morte di Saddam é purtroppo l’unica cosa giusta in questa guerra. Peccato che l’Iraq ora si un campo di battaglia.
Spero che il popolo iraqeno torni a vivere normalmente…
ciao
Comment by The trooper — 12/31/2006 #
legittima esecuzione “necessaria”. lasciamo perdere se “giusta” o no. in quei sistemi socio-culturali di giusto non c’è proprio niente.
storicamente “necessaria”. per un dittatore che amava hitler e che con alcune guerre locali avrebbe voluto buttare il mondo in una terza guerra mondiale.
il 2006 si è politicamente concluso bene. nonostante tutto
Comment by amalteo — 12/31/2006 #
Indipendentemente dal nostro giudizio personale, ricordiamo da che pulpito stiamo parlando: i padri dei nostri cugini tedeschi hanno appena provocato decine di milioni di morti, di cui 6 in un genocidio per motivi razziali. Mussolini e la Petacci sono stati passati per le armi senza processo ad opera di gente che potrebbe essere stretta parente nostra. Pensiamo a cosa hanno fatto Franco, Salazar, Pinochet, i generali argentini, i governanti sudafricani, Stalin, i dittatori del socialismo reale. Non stiamo parlando di gente che vive in paesi esotici, ma di nostri fratelli, nati e cresciuti nella nostra cultura,di persone che da bambini hanno condiviso gli stessi nostri valori.
Il male supremo si trova in qualunque civiltà quando vengono meno i controlli e un potere diventa eccessivo.
Saddam è stato giustiziato da un tribunale della storia, che giudica e condanna secondo i criteri, a volte efferati, della storia, non secondo quelli della pietà o dell’umanità .
Comment by Condorcet — 01/1/2007 #
hanno fatto poco in confronto a quello che si meritava….sono favorevolissima alla pena di morte in quanto trovo che sia una più che giusta nei confronti di coloro che sono uccisi senza nessuna pietà !!!!! si dovrebbe adottare ovunque senza provare dolore.
Comment by pink — 01/3/2007 #