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Dio è morto, ma il papa è vivo: un saggio di Maurizio Ferraris sulla fede

Seguendo un suo suggerimento, dopo aver presentato per sommi capi l’ultimo libro di Richard Dawkins, mi sono procacciato Babbo Natale, Gesù Adulto di Maurizio Ferraris, che affronta la questione della fede da un punto di vista meno "scientifico" ma più "filosofico". Partendo dall’ovvia constatazione che ai giorni nostri, soprattutto in Italia, si assiste a un riemergere del sentimento religioso, Ferraris si chiede in che cosa esso consista. Non basta infatti constatare la rimonta della religione se non si formula una domanda essenziale, che è poi quella che fa da sottotitolo allo spassoso volumetto del filosofo torinese: "In che cosa crede chi crede?"

Non è difficile stabilire quale sia il "minimo sindacale" a cui un cattolico dovrebbe credere per potersi definire tale. I dogmi del cattolicesimo sono riassunti nel simbolo niceno-costantinopolitano: Ferraris propone, provocatoriamente, di sottoporne lo scarno testo a una rappresentanza di credenti, magari interrogandoli fuori dalle chiese con una serie di test a risposta multipla. Molti di coloro che si dichiarano cattolici non soltanto non capiscono il significato di ciò in cui dichiarano di credere, ma anche tra le cose che capiscono ben poche sono quelle che ritengono vere. Un esempio tipico, sostiene Ferraris, sono i dogmi della resurrezione o della transustanziazione. Dire che Cristo è "risorto", dire che il corpo e il sangue di Cristo sono nell’ostia e nel vino consacrati non significa usare una "metafora": per la chiesa cattolica, questi sono "fatti" e non materia di opinione. Cionondimeno, molti di questi "credenti" non mettono in dubbio la loro appartenenza religiosa, anche se tecnicamente, ignorando, travisando o interpretando liberamente i dogmi della chiesa, dovrebbero essere qualificati come "eretici".

Essere "eretici" non è faccenda da poco, o almeno non lo era in passato, quando la Chiesa era impegnata nello stabilire una quantità di sottilissime distinzioni in materia teologica - e lasciamo pur stare che queste distinzioni erano semplicemente inventate di sana pianta, perché non verificabili oggettivamente - e a "grigliare" chi osava contestarle, ricadendo, più o meno consapevolmente, in una certa eresia. Oggi, invece, molti non sanno nemmeno esattamente quali siano le "verità" a cui sarebbero tenuti a credere. Commenta Ferraris: "Non è una cosa da poco, perché significa che l’oggetto, il riferimento (…) della fede, è una cosa del tutto oscura, almeno per molti credenti. Chi dice ‘credo in Dio’ sta asserendo (…) qualcosa di cui non controlla il significato e di cui per definizione ignora il referente; più o meno come se dicesse ‘credo nel Sarchiapone’."

Non è affatto una questione peregrina, questa. Dire "io credo", senza specificare in che cosa si crede - senza saperlo definire - non è credere, esattamente come dire "io prometto" o "io giuro", senza aggiungere che cosa si promette o si giura, non è promettere o giurare. Ferraris parla al riguardo di "impegno ontologico", secondo il quale a ogni "entità" corrisponde una certa "identità", che deve essere ben definita, costante e riconoscibile nel discorso: "Non c’è entità senza identità. (…) Dunque, asserire di credere in Dio senza accettare o determinare un qualche contenuto (…) è come non credere in niente".

Se, però, oggi è possibile eludere proprio questo punto è perché il cattolicesimo ha spostato il suo accento dall’aspetto "cognitivo" a quello "morale", in senso lato, e quindi politico. Si prenda l’esempio di Cristo: secondo la dottrina cattolica, non basta credere a Cristo come "uomo buono", come "esempio morale", ma bisogna anche credere che è figlio di Dio e, non irrilevante, che è risorto dopo essere morto. "Non credere alla resurrezione è dunque far cadere qualsiasi differenza reale tra il Cristianesimo, l’Ebraismo e l’Islam. E non si pensi che sia possibile credere alla resurrezione come a un mito: sarebbe non credere. La resurrezione, per i cristiani, è un fatto." Ferraris cita Paolo di Tarso: la resurrezione è l’evento da cui, secondo il cristianesimo, dipende la salvezza dell’uomo. Secondo Paolo, infatti, se Cristo non è davvero risorto, gli uomini sono ancora nel peccato e la fede è completamente inutile. Per non parlare poi di qualsiasi "buona azione". Questo evidenzia in modo netto la sostituzione successiva, nel corso del cristianesimo, della sensibilità teologica con quella morale e politica - sensibilità che non sono, di per sé, religiose, checché ne dicano i prelati.

Spostare l’accento su questioni meno impegnative è servito a distogliere l’attenzione da una serie di cose che sono molto più difficili da credere che non, poniamo, Babbo Natale - tanto per fare qualche esempio: Gesù è figlio di Dio, San Giuseppe non c’entra niente; sua madre è salita in cielo; suo padre è Dio, ma anche lui è Dio, che è anche un’altra figura - lo Spirito Santo - spesso raffigurata come un uccello, e che queste tre persone sono una sola; Gesù è risorto dopo la morte e, prima o poi, risorgeremo tutti quanti; il corpo di Cristo è presente nelle ostie consacrate. Più assurdo di così!. Il punto è che a queste cose non credono nemmeno molti cosiddetti credenti, in favore di una vaghezza dell’oggetto della fede che resta non meglio precisato e rende non impegnativo credere. Da qui deriva il fastidio della fede moderna verso i dogmi e il "bricolage religioso" che ne deriva e che rende possibile dichiarare di essere "credenti" senza per questo dover credere in cose letteralmente incredibili. Sottraendosi così all’impegno ontologico, il credente moderno in realtà non crede in nulla, ma si limita a credere di credere - il che è, ovviamente, molto più facile e consente molto più spazio di manovra.

Tuttavia, questa forma di religiosità non nasce da sola e ha anzi avuto una levatrice insospettabile: è il pensiero postmoderno, quello che, dichiarando che non c’è nulla di certo, che tutto è un "costrutto teorico" - incluse le leggi naturali scoperte dagli scienziati -, spalanca le porte alla fede nei miracoli e nel soprannaturale. Scrive Ferraris: "Nel momento in cui Wittgenstein sostiene che non ci sono leggi di natura, e gli etnologi che la visione scientifica del mondo è una mitologia occidentale non diversa, in linea di principio, dai culti della dea Kalì cari ai Thugs, allora si spalancano le porte a Padre Pio e i telegiornali ci danno notizie dell’avvenuto miracolo di San Gennaro con la stessa tranquilla sicurezza con cui parlano di incidenti stradali". E, commento io per inciso, questa è anche la "linea di difesa" che, di massima, seguono i più ottusi sostenitori delle religioni quando devono rispondere alle critiche mosse alla mentalità religiosa - tanto che a me verrebbe da controbattere: se, per dirne una, anche la legge di attrazione dei gravi è solo un "costrutto teorico", allora buttatevi dal decimo piano, chissà che magari, invece di sfracellarvi a terra, non vi libriate in aria o spicchiate il volo.

Il fatto grave, però, è quando su questi pretesi miracoli e su questo rifiuto di vincolarsi in un "impegno ontologico", che sia chiaramente riconoscibile e condivisibile da tutti, qualcuno vuole fondare la propria autorità o le proprie dichiarazioni pubbliche. Se lo fa, allora bisogna riconoscere senza timidezza che è un impostore: sono impostori Ratzinger e Pera, per dire, quando discettano di laicità e pretendono di distinguere tra una laicità "sana" e una laicità "malata", oppure quando la chiesa dichiara che il cristianesimo è la fonte del "vero amore", come se ne avesse il monopolio.

Per tornare quindi alla domanda iniziale ("In che cosa crede chi crede?"), Ferraris fa una riflessione sull’iconofilia del cattolicesimo: "L’Ebraismo e l’Islam (…) differiscono perché non sono religioni dell’apparizione e della presenza. (…) Sono religioni del libro, dell’ermeneutica infinita che si dirige verso un Dio nascosto o che si sottrae". Nel cattolicesimo, invece, il deus absconditus si è rivelato fin troppo, con una serie di apparizioni più o meno "vidimate" dalla chiesa. Con l’avvento della televisione, poi, il medium è più che mai diventato il messaggio. Ferraris porta l’esempio della messa in televisione: se una cerimonia ebraica o islamica passa in televisione, quello che si vede è semplicemente una "rappresentazione" della cerimonia stessa, se una messa cattolica passa in televisione, quello che si vede in televisione non è, a certe condizioni (cioè che vada in diretta e non sia registrata), una rappresentazione, ma è la "cosa in sé", il "noumeno". Che quindi il papa sia al centro dei riti televisivi non è affatto incidentale. Quindi, "in un paese cattolico, in che cosa crede chi crede? La risposta è molto semplice: crede in quel che vede (…) cioè crede nel Papa. (…) Credere nel Papa rispetto a, poniamo, Dio, diventa infinitamente più facile, direi quasi più pratico". Il papa, infatti, è riconoscibile, è un’entità (con una precisa identità, per cui l’impegno ontologico è soddisfatto). Quando si diffonde l’incredulità verso il trascendente, allora si è disposti a credere a una persona precisa, il papa, il quale discetta ben poco di fede, ma si dilunga quasi solo in materia di costumi e di "morale". Ecco compiuto il passaggio dalla teologia (cioè il contenuto dei dogmi, diventato pressocché irrilevante) alla morale e, infine, alla politica. Se poi il papa ha carisma - come qualsiasi personaggio televisivo -, allora eccita i fedeli a "credere" - o, a questo punto, a credere di credere (in Dio) e quindi a credere in lui, il papa stesso.

Che cosa c’è di negativo in tutto questo? Di negativo c’è lo svuotamento della democrazia e, di fatto, una subdola subordinazione del potere temporale a un potere spirituale che, essendo privo di impegno ontologico ma pregno di conseguenze reali nella polis, è una cialtroneria e un’impostura. "Nel momento in cui, per esempio, si sostiene che la vita - questa cosa astratta e imprendibile che è la vita - si pone sopra le leggi dello Stato, e di uno Stato democratico, mica del Terzo Reich (con il quale del resto, come con Mussolini, la Chiesa firmò un concordato), non si sta formulando una dichiarazione neutrale, che ogni essere razionale saerbbe disposto a sottoscrivere. No, si sta al contrario enunciando, sia pure in forma un po’ indiretta e mascherata, la tesi secondo cui ogni potere, anche temporale, viene da Dio. E, visto che l’identità di quel Dio è oscura, controversa e alla fine irrilevante, allora tutto il potere va al Papa"

Cadavrexquis

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  1. Domanda interessante e per niente peregrina: i cattolici credono in Dio o nel Papa? Guardando la realtà si direbbe nel secondo, altrimenti certi Papi, come ad esempio il Borgia, sarebbero finiti al patibolo, oppure un tal Marcinkus, più legato alla carta (moneta) che alla Scrittura (Sacra) avrebbe fatto sicuramente una brutta fine.

    Comment by Ulisse — 01/4/2007 #

  2. condivido pienamente questa tesi, il Papa potremmo definirlo come una sorta di “rock star” (pensate ai deliri dei ragazzini che lo vogliono toccare, alle foto con il telefonino).
    è un boccone amaro da ingoiare, ma vanno fatti i conti con la realtà: le masse occidentali sono abbastanza secolarizzate da rivelarsi illuministe (almeno individualmente), eppure per soddisfare la loro ancestrale angoscia, continuano a rivolgersi ai grandi spacciatori di oppiacei (tra i quali capeggia la chiesa, ma vanno anche incluse le religioni moderne come la new age e tutta quella bibliografia che contiene nel titolo la formula “come essere/diventare X in Y giorni/mosse)…
    è evidente che per passare sopra questa contraddizione, ci voglia una sana dose di ingenuità o ipocrisia. il problema sorge quando l’ipocrisia non resta fine a sé stessa ma condiziona la vita pubblica: il caso maggiore direi che è ovviamente l’Italia, dove i cattolici che sono edonisti nel privato ma intransigenti ne pubblico, non solo condizionano la società ma addirittura la politica e la giurisprudenza.

    Comment by Sostiene Proudhon — 01/4/2007 #

  3. Aggiungete all’incredibile cocktail religioso/cristiano e in particolare cattolico che non esiste barlume di testimonianza storica o archeologica dell’esistenza di Mr. Gesù Cristo.

    Che il pantheon cattolico sia ingarbugliato lo ha ben raccontato cadavrexquis, ma esso diventa addirittura più complesso di quello indù quando andiamo sulle figure minori: varie tipologie di angeli, i santi, i beati, un rappresentante in terra dotato del dono dell’infallibilità, varie persone umane protagoniste o partecipi di avvenimenti miracolosi.
    C’è il santo che si invoca quando si è perso qualcosa (Sant’Antonio dalla barba bianca fammi trovare quel che mi manca”), quello che protegge nei viaggi di mare, oggi quello che aiuta a trovare il parcheggio.
    I beati hanno meno potere, ma assicurano guarigioni miracolose e protezione ai loro personali fedeli.
    Dato che “non si muove foglia che Dio non voglia”, ogni minimo atto o fatto della vita quotidiana avviene sotto l’attenta giurisdizione del dio principale, di suo figlio, della madre di suo figlio (attenzione, che non è la moglie di suo padre ! - proprio una famiglia atipica, perchè oltretutto la madre è vergine e il figlio è frutto di fecondazione eterologa) e delle altre divinità minori.
    Tutte queste divinità ovviamente possono essere invocate per dare una “spintarella” agli avvenimenti nella direzione desiderata e se l’invocazione è accompagnata da un’offerta ai loro rappresentanti in Terra è evidente che il dio/santo/beato/ecc. invocato sarà molto più comprensivo.
    E poi parlano di popoli politeisti e animisti come se fossero a uno stadio “precedente” della civiltà, quando in realtà non c’è più convinto politeista e animista del praticante cattolico.

    Ci sarebbe da crepare dal ridere se su questa congerie di credenze non si fondasse un potentato politico/economico/finanziario di incredibile estensione e forza.

    Ma si sa, alla maggioranza delle persone piace essere schiava: di un’altra persona che offre sicurezze, della persona di cui si è innamorati, di una divinità, di una delle tante droghe, di un’ideologia, a volte del lavoro, di una passione, di un vizio.
    Ciò perchè la vita da persona libera non è tutta rose e fiori. Anzi. Dunque meglio immaginare, illudersi, sognare, vivere fuori dalla realtà che accettare di vedere con lo sguardo del razionalista e dello scettico le miserie del mondo, la brevità della vita, l’inevitabile fine di tutto.
    Uno si può chiedere: ma perchè indulgere in una concezione che ti fa vedere un universo in cui noi non siamo che un infinitesimo accidente ? Risposta: per affermare la propria dignità di persona pensante.
    Ma cìè un altro vantaggio in questo pensiero: visto che “dopo” non c’è nulla, impegniamoci a godere questa vita il più possibile.
    Già che ci siamo, ecco un altro vantaggio: dato che dio non c’è, il bene lo si fa proprio per il puro piacere di fare il bene, non per la paura di una punizione (inferno) o per la promessa di un premio (paradiso). Ciò pone l’etica laica un bel gradino sopra quelle religiose.

    Comment by Condorcet — 01/5/2007 #

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