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“Gli antisemiti progressisti” di Fiamma Nirenstein
Fiamma Nirenstein è uno dei due o tre motivi per cui, ogni tanto, vale la pena leggere Il giornale ed è per questo che ho letto - anche se con notevole ritardo - il suo Gli antisemiti progressisti. La forma nuova di un odio antico. Il libro, uscito tre anni fa, mi era sfuggito, ma ora non posso che consigliarlo per la passione e per il rigore con cui Nirenstein difende la causa di Israele, che conosce bene, poiché è corrispondente da Gerusalemme da molti anni.
Il libro di Fiamma Nirenstein è certamente interessante perché mette in luce quella forma di antisemitismo coltivato da gran parte della sinistra italiana - tanto più accentuato quanto più ci si sposta a sinistra - e che non si riconosce come tale, ma si nasconde dietro una distinzione capziosa tra "antisionismo" - più o meno rivendicato - e "antisemitismo" - respinto in quanto tale.
Il pregiudizio che alberga tra i progressisti di sinistra, i quali tendono a distringuere tra ebrei "buoni" e "cattivi" a seconda della posizione che assumono nei confronti di Israele, è ben descritto in queste parole: "Perché la sinistra ha una propria idea molto precisa su cosa debba essere un ebreo, e se questi non segue le sue direttive, viene immediatamente rimproverato: come osi essere un ebreo diverso da quello che ti ho ordinato di essere? Combattere il terrorismo? Eleggere Sharon? Ma sei pazzo?" o ancora: "C’è la definizione presionista del popolo ebraico come di un popolo che soffre, anzi che deve soffrire per sua stessa natura; un popolo destinato a sopportare le più terribili persecuzioni senza nemmeno alzare un dito e che, perciò, è degno di compassione e solidarietà. E’ ovvio che uno Stato di Israele solido, democratico, militarmente forte ed economicamente prospero è l’antitesi di questo stereotipo.
Il ‘nuovo ebreo’, che cerca di non soffrire e che, soprattutto, può e vuole difendersi, perde immediatamente tutto il suo fascino agli occhi degli intellettuali di sinistra". E’, insomma, il mito dell’ebreo imbelle quello che viene ancora coltivato dalla sinistra: compatito in quanto vittima dell’Olocausto - a cui si dedica quella che Nirenstein definisce una memoria "archeologica" - e accettato finché corrisponde all’immagine (e quindi al pregiudizio) che gli è stata tagliata addosso.
Questa è la tesi centrale del saggio, argomentata con numerosi esempi, ma Gli antisemiti progressisti è interessante - oltre che estremamente leggibile - anche perché l’autrice mette in campo la sua esperienza personale, attingendovi a piene mani e rendendo il libro anche una sorta di autobiografia e un racconto della sua personale evoluzione politica. Fiamma Nirenstein racconta, per esempio, la sua esperienza della guerra del 1967 quando, ancora ragazza - e comunista, "come la maggior parte dei ragazzi italiani" -, andò in Israele, in un kibbutz dell’alta Galilea, Neot Mordechai.
Quando tornò in Italia venne accolta quasi come un nemico, "un’imperialista in pectore", e questo solo perché pensava che Israele avesse vinto giustamente una guerra in cui era stato aggredito. Ma è soprattutto nel capitolo intitolato "Fu un panorama soprattutto agricolo" - ogni capitolo del libro riprende, come in un romanzo ottocentesco, le prime parole del testo - che Nirenstein passa in rassegna gli "amori" politici della sinistra dagli anni sessanta a oggi, in una specie di lungo e amaro mea culpa: il terzomondismo e l’ "antimperialismo" - da coniugarsi, ovviamente, solo in senso antiamericano e antioccidentale - suggeriti dall’Unione Sovietica; la passione per l’America Latina, con i miti del "Che", di "Fidel" e delle formazioni assassine come Sendero Luminoso o i Farc; la Cina maoista - a proposito della quale l’autrice scrive: "Non esitammo ad adorare l’assassinio di massa" -; i vietnamiti - fu in quell’occasione che "l’antioccidentalismo divenne tutt’uno col neopacifismo defezionista" - e via discorrendo.
Su questa linea antioccidentale e terzomondista si sarebbe innestata la ridefinizione del Medio Oriente - e dell’Islam - come "vittime" dell’ "imperialismo" e, in quanto tali, da difendere comunque: "il Medio Oriente fu ridefinito e ridescritto nella mente dell’Occidente come una zona in cui gli arabi, che si organizzavano allora in svariate forme dittatoriali collegate con Mosca, andavano considerati detentori della somma ragione dei deboli, nonostante il petrolio, nonostante il rifiuto della partizione dell’Onu nel 1948, mentre l’unica vivissima democrazia dell’area, più volte aggredita, veniva tacciata di imperialismo e di fascismo e il suo esercito di popolo veniva riguardato come una specie di macchina da guerra assetata di sangue". Ed è sempre in questa linea che s’inserisce l’appoggio ai palestinesi dato sempre e comunque, a prescindere dal loro rifiuto di riconoscere lo Stato di Israele e abbandonare il terrorismo, e dato anche quando "l’antisemitismo islamico è apertamente genocida, e non solo nei confronti di Israele, ma di tutti gli ebrei. (…) Alla nostra mentalità razzista appare normale che gli arabi dicano tante idiozie e in fondo anche che sgozzino e smembrino gli ebrei".
La pervasività dell’antisemitismo di matrice araba non è un puro e semplice teorema, ma per chi avesse bisogno di ulteriori prove può leggere le pagine in cui Fiamma Nirenstein descrive la sua visita al campo profughi di Deheisheh, vicino a Betlemme, nella West Bank. Qui sembra concentrarsi l’essenza dello status di "profugo palestinese", che è ben diverso da quello di qualsiasi altro "profugo" e che viene perpetuato grazie alla creazione di un’agenzia ad hoc - l’Unrwa: "Si sta qui per riprodurre generazione di profughi, non per ricollocarli o aiutarli a inventarsi una nuova vita, ma per farli restare così per altre generazioni". Funzionale a questo "progetto" sono il cosiddetto "diritto al ritorno" a una patria letteralmente mitizzata e l’esaltazione dei terroristi suicidi, elevati al rango di martiri e di modelli da imitare: quando in una famiglia qualcuno si fa saltare per aria in questo modo "non si trova il benché minimo dubbio sul terrorismo suicida; uccidere gli ebrei è considerato un compito istituzionale dei palestinesi, in cambio se ne riceve onore e vanto, e anche vantaggi pecuniari" (e qui Nirenstein fa riferimento, per esempio, ai consistenti premi in denaro versati in passato da Saddam Hussein alle famiglie dei terroristi palestinesi).
Fiamma Nirenstein conduce poi un’opera di demistificazione riguardo alle vicende di Jenin, quando dopo la "seconda Intifada" l’esercito israeliano, constatato che molti attacchi terroristici ai danni di Israele partivano proprio da lì, preferì impegnare i suoi soldati in una battaglia di casa in casa per stanare i terroristi e sequestrarne armi ed esplosivi, invece di ricorrere a un meno rischioso - ma più distruttivo, per i civili palestinesi - attacco aereo a tappeto. Vi furono morti da entrambe le parti, ma la propaganda anti-israeliana dipinse l’operazione di Jenin come un "massacro" e gli israeliani - in base al tradizionale pregiudizio antisemita - come "mostri assetati di sangue". La realtà è completamente diversa: "I soldati non erano pronti: l’esplosivo era dentro i frigoriferi, nei gabinetti, nei tubi dell’acqua, sotto il letto, gran parte era confezionato in casa con materiali chimici per l’agricoltura. Gli israeliani erano stupefatti: ‘Lei non si può immaginare dove e quanto Tnt avevano preparato’".
A fronte di tutto questo, però, Israele vive e continua a vivere anche grazie alla resistenza opposta dai suoi abitanti, non soltanto perché "anche un gesto quotidiano insignificante come salire in autobus, in Israele, comporta in forma grandiosa il coraggio di continuare a vivere", ma anche perché molti di loro sono consapevoli della minaccia a cui sono costantemente sottoposti e compiono gesti che non è esagerato definire di vero e proprio eroismo. A questi "eroi civili" Fiamma Nirenstein dedica uno dei capitoli più toccanti del libro. Qui fa nomi e cognomi di persone normali che, in varie occasioni, hanno mostrato di saper affrontare il pericolo, bloccando o gettandosi addosso ai terroristi - rischiando di morire o morendo davvero, talvolta -, pur di salvare altri da un possibile attacco. Di ognuno di loro l’autrice traccia un ritratto e ripercorre la storia personale: sono giovani camerieri come il ventitreenne Shlomi Harel; guardie giurate come Mikhail Sarkisov, appena immigrato dal Turkmenistan; autisti di autobus come Baruch Neuman, Menashe Uriel o Tzion Shoval; o come il diciassettenne arabo-israeliano Rami Muhammad che, vedendo a una stazione dell’autobus un individuo sospetto con una grossa borsa, è riuscito a chiamare la polizia e, quando il terrorista si è fatto esplodere in presenza degli agenti, è rimasto ferito lui stesso. Questi sono i veri resistenti, questi sono i veri eroi: gente che sceglie la vita - ed è disposta a pagare con la propria vita - e non la morte, eretta a culto morboso da società islamiche in cui "migliaia di leader, di intellettuali e di religiosi (…) innamorati della morte, che con voce quieta e occhi pieni di spiritualità (sul modello di Bin Laden) utilizzano i mezzi televisivi per diffondere il terrorismo suicida"


mi pare proprio, però, che la partizione dell’onu del 48 non sia stata rispettata da entrambe le parti.. infatti da un 45%palestina/55%israele s’è passati, ad oggi, ad un 22%palestina/78%israele.
uno stato, Israele, che può essere considerato la più grande caserma al mondo. (servizio militare obbligatorio 3anni.. sul fronte!)
nessuno giustifica il terrorismo palestinese quando colpisce i civili, nessuno dovrebbe giustificare il terrorismo israeliano quando espropria le terre o uccide civili (colonie, muro…) pietre contro fucili, razzi ed esplosivo contro aerei, bulldozer e carriarmati. data la sproporzione di forze mi viene da comprendere la violenza palestinese.
So bene che è difficile, è lo stesso problema riscontrato quando si parla di Foibe o di guerra in Iraq. Fa molto più effetto (e paura) una violenza di reazione, incontrollata, incontrollabile (le rappresaglie della popolazione istriana contro gerarchi fascisti e non, gli attentati dinamitardi contro i convogli militari o le caserme, vedi Nassiriya) piuttosto che una violenza organizzata, studiata, scientifica (le epurazioni naziste o fasciste, l’italianizzazione, l’occupazione di un paese per il petrolio, le bombe al fosforo, quelle “intelligenti” o qualche diavoleria tecnologica israeliana).
Capisco sia difficile comprenderlo, ma ad un’azione violenta, per quanto mirata (a parte gli “errori” delle bombe intelligenti sugli ospedali e le scuole) corrisponde per forza una reazione, troppe volte incontrollata, che colpisce NON i diretti responsabili (difficile per un palestinese uccidere qualche generale israeliano) ma ciò che rappresenta la violenza subita (il militare israeliano a un checkpoint, il soldato italiano alleato dell’invasore americano).
Fate uno sforzo e capite cosa voglio dire, senza polemiche sterili (dei già pronti fascistelli da tastiera)
Comment by Marcos — 02/15/2007 #
voglio ribadirlo, nessuna giustificazione a chi colpisce popolazioni (o obiettivi) civili.
il nostro secolo, dalla prima guerra mondiale ad oggi, ha visto un escalation di morti tra i civili, in rapporto ai morti tra i militari.. si vede che tanto intelligenti ste bombe non sono..
Comment by Marcos — 02/15/2007 #
Ma si facciano una bella insalata dove entra di tutto, dove la vittima è la verità storica che rimane sepolta dall’ideologia una coltre tanto più spessa quando questa si autonomina “democratica”!
Poi quale discussione può nascere da chi parte parte già prevenuto dando del “fascistello” a chi non concorda con te?
Comment by coldax — 02/15/2007 #
Diciamo che se Fiamma Nierestein dev’essere un buon motivo per comprare “il giornale” per quel che mi riguarda può restare tranquillamente nei meandri delle edicole. E non solo perchè F. Nierenstein raffazzona su quattro argomenti per allineare gli antisionisti agli antisemiti ( e non v’era necessità dopo Napolitano che s’è fatto illustre testimonial di questa tesi) ma perchè la Nierenstein è una scrittrice tutt’altro che brillante: pallosa, prolissa, banale. Che alla fine lascia all’utente una amara sensazione di realtà : che tolta la politica degli slogan, costei, non abbia veramente niente da dire…
Ciao
Cloro
Comment by Cloroalclero — 02/15/2007 #
Dio ci scampi dagli ex-comunisti. Meglio i veri reazionari.
Comment by Lameduck — 02/15/2007 #
Mah, io penso che Fiamma Nirenstein sia troppo di parte e non si accorga di avere i paraocchi. C’è, vero, chi distingue tra ebrei buoni e cattivi, c’è anche chi odia gli ebrei, c’è chi vuole distruggere Israele, chi la vorrebbe colonizzare, chi pensa semplicemente che facendola sorgere altrove si sarebbero risparmiati 50 anni di guerre. Le opinioni e la stupidità sono equamente distribuiti nel mondo. C’è da aggiungere un MA. Per esempio. Io sono un sostenitore della causa dei cittadini palestinesi. Ho molti amici a Tel Aviv e Haifa. Amici ebrei qui e là nel mondo. Gli ebrei sono prima di tutto esseri umani. Lo sanno anche loro che la stupidità è distributa tra loro come tra tutti gli altri gruppi. Io però vorrei andare oltre. Israele non è soltanto un paese ebreo. Questa sovrapposizione è troppo semplificativa. Cittadini ebrei sono anche minoranze etniche come Rom, arabi, cristiani ecc ecc. Perché Israele nei fatti è stata ed è molto più che soltanto la patria o il rifugio degli ebrei. tanto è vero che non tutti gli ebrei del mondo sono andati là a vivere e alcuni non erano neanche d’accordo con quella scelta remunerativa, o comunque con quella collocazione geografica così poco “pacifica” già in partenza. Ma tant’è. Israele c’è, sono passati anni e chi è nato là ha diritto alla sua sicurezza. In quanto essere umano prima di tutto. Non in quanto ebreo. Quando si parla “degli ebrei” non bisogna dimenticare che si parla di esseri umani che hanno diritti e doveri come tutti gli altri esseri umani. I Governi che rappresentano Israele, non solo gli ebrei di Israele e comunque non gli ebrei come gruppo religioso in quanto tale, possono fare molte sciocchezze in nome di una cosa giusta come la sicurezza e il diritto alla sopravvivenza.
Lo stigma di antisemita non può essere un bavaglio. Non può essere una scusa. Neanche in tempi difficili come questi in cui Israele si rende conto di non essere imbattibile e di avere molti più nemici di quanti contava un tempo. Molto più forti, molto più agguerriti e molto più arrabbiati di un tempo. E’ proprio adesso che distinguere la stupidità dal razioncinio, il senso dall’assurdo, il desiderio di pace da una forma di delirio di onnipotenza militare, gli individui dialoganti da quelli arroganti, è utile e importante. Capisco il senso di permanente minaccia che vivono le comunità ebraiche. Questo dovrebbe sempre farci cercare le parole giuste per esprimere le nostre opinioni. Avere un rispetto totale per i lutti del passato e le minacce del presente.
Differenziare non significa minacciare. Al contrario. Significa volere superare i confini delle trincee gruppo contro gruppo, etnia contro etnia, nazione contro nazione. Rompere queste barricate e questi muri e spuntare gli stupidi e isolarli. Dare voce al dialogo, all’apertura mentale. Alla reale voglia di pace. Essere ebreo non coincide cromosomicamente con ricerca di pace. Dire questo sarebbe un po’ presuntuoso. Quindi, tornando alla Nirenstein che da voce alle sue paure prima di ragionare e cercare di comprendere le ragioni degli altri, spesso importanti, spesso propositive e costruttive, direi che personaggi come lei, ma anche purtroppo come il nuovo capo della comunità ebrea romana, Pacifici, non aiutano il dialogo, non aiutano la comprensione con la loro chiusa e univoca difesa a spada tratta di Israele e degli ebrei come se fossero qualcosa di realmente sovra umano. Un ebreo è un essere umano che crede alla religione ebraica. Ne conosco di ebrei che sono atei. Non credono in dio. Ma hanno una discendenza ebrea matrilineare. Come si considerano? Ebrei, parte di un tutto, anche se sanno che in fondo un ebreo è un credente e non una razza o un popolo a parte. Popolo ebreo è una forzatura storica. Anche “noi” cristiani siamo ebrei. Solo che abbiamo creduto all’arrivo del Messia. E c’è stata questa scissione… ma il popolo è lo stesso. Siamo un solo popolo. Con all’interno tante madri di stupidi sempre incinte!! Ecco. Ho detto.
Comment by Luca — 02/15/2007 #
coldax io mi riferivo alle polemiche sterili tipiche dei fascistelli (lo ripeto) che popolano il blog… i vari runa, emanuele, …
forse però stan zitti perchè loro son davvero antisemiti
Comment by Marcos — 02/15/2007 #
Sottoscrivo in pieno le parole di Luca e aggiungo: non bisogna neppure confondere l’antisionismo con l’anti israelianità . Il sionismo è, per la precisione, non un popolo, ma un’ideologia politica precisa, incarnata dal potere di quel luogo, non dalla gente.
Per me Israele non deve sparire, anzi. Deve allargarsi, a tutti i territori occupati, estendere i suoi confini a tutto, smettendo semplicemente di discriminare i palestinesi, aggregandoli al loro stato e a regalare loro e agli israeliani stessi, una pace vera.
Questo per me è l’antisionismo. Che confida nella presa di posizone degli israeliani più aperti all’uomo e intelligenti.
Comment by Cloro — 02/16/2007 #
Un’altro libro di un autore ebreo uscito in questi giorni e che ha avuto un’altro successo è quello di Ariel Toaff…
Secondo me quello che gli è successo è semplicemente assurdo…
La resa di Ariel Toaff
Domenico Savino
16/02/2007
Ariel ToaffDunque alla fine ha ceduto.
Ariel Toaff ha chiesto alla società editrice Il Mulino di Bologna, che ha pubblicato il suo libro «Pasque di sangue», in cui si sostiene, seppure in maniera tutt’altro che generalizzata, una certa fondatezza dell’accusa di omicidio rituale rivolta agli ebrei, di ritirare il controverso volume dalle librerie.
Già ieri Toaff aveva dichiarato l’intenzione di riscrivere alcuni capitoli della seconda edizione; oggi l’annuncio di quella che appare come una completa sconfessione del proprio lavoro, pure se fatta obtorto collo.
Dopo giorni di minacce, pressioni, insulti, tonnellate di fango da cui è stato sommerso, dopo una convocazione da parte di Moshe Kaveh, presidente dell’ateneo dove insegna, per spiegazioni sulla tesi del saggio, dopo che personalità non accademiche, come pure lettori di altre università , ne hanno chiesto il licenziamento e dopo che i finanziatori esteri hanno minacciato di tagliare i fondi all’Ateneo, Ariel Toaff si è arreso.
Al giornale Maariv aveva nei giorni scorsi raccontato le settimane passate in Italia, che «negli ultimi giorni si sono trasformate in un incubo».
A Menachem Gantz, corrispondente del quotidiano da Roma, ha letto una delle mail ricevute:
«Se nei secoli è stato versato tanto sangue ebreo, ora ne verrà versato ancora, il tuo».
Dall’altro ieri Toaff aveva cercato di minimizzare e alla domanda del Jerusalem Post, se riteneva «che le comunità ebraiche possano aver commesso omicidi rituali», il professore aveva risposto con un «no», definito «risoluto» dalla giornalista.
Peccato che nei giorni precedenti, invece, avesse dichiarato: «alcuni omicidi rituali potrebbero esserci stati».
A chi glielo aveva fatto notare, il professore aveva risposto, cercando ancora di sdrammatizzare: «La mia dichiarazione è stata una provocazione accademica ironica, una premessa per infrangere il tabù delle ricerche attorno all’atmosfera anticristiana in alcune comunità ashkenazite europee, nel Medioevo».
Ma evidentemente non è bastato.
Oggi - dicevamo - la resa, la contrizione e la penitenza, con l’annuncio che devolverà i proventi della vendita del libro alla ‘Anti Defamation League’, l’organizzazione ebraica di New York che combatte gli episodi di anti-semitismo.
Non me la sento di giudicare Ariel Toaff.
Le pressioni devono essere state tremende. Anche quelle familiari.
Oggi il padre, a caldo, ha immediatamente rilasciato un’intervista a La Repubblica, in cui ha definito la decisione del figlio di ritirare il libro «un gesto opportuno, necessario. Vuol dire che mio figlio Ariel ha capito. Ma significa anche che le critiche che sono state fatte nei confronti del suo libro sono state giuste… E’ bene che questa storia sia finita così».
E poi ha commentato: «Mangiare il pane azzimo mischiato al sangue di bambini cristiani uccisi? Aberrante! Un insulto all’intelligenza, alla tradizione, alla storia in generale e al vero senso della religiosità ebraica - commenta con forza il rabbino - e dispiace che a sollevare sciocchezze simili sia stato mio figlio. Ma forse lo ha fatto senza rendersi conto della gravità di certe affermazioni e che queste tematiche, da secoli già condannate dalla storia e dalla tradizione, e non solo di quella ebraica, possono diventare subito argomenti per rilanciare pericolosi sentimenti di antisemitismo e voglie di negazionismo dell’Olocausto. E’ un errore. Ma nella vita tutti possono sbagliare».
Così Ariel Toaff ha alzato bandiera bianca, chiedendo alla casa editrice di ritirare il libro dal commercio.
Le modalità dell’annuncio, dopo i proclami dei giorni scorsi in cui dichiarava che non avrebbe rinunciato «mai alla dedizione verso la verità e la libertà accademica, anche se il mondo mi crocifigge», appaiono quelli di una capitolazione.
Il tono è quello di un uomo distrutto.
Lasciamo Ariel Toaff al suo dolore e rispettiamo la sua decisione.
Ma voi, se siete ancora in tempo, correte in libreria e comperate il suo libro.
E’ un’ opera straordinaria che vale la pena di essere letta, prima che scompaia per sempre dalla memoria e dal patrimonio della cultura.
Perché temiamo che una seconda edizione, se mai uscirà , non avrà nulla del sapore vero di questa.
Dicevamo che è un’opera straordinaria e - badate bene - non tanto per ciò dice riguardo all’«accusa del sangue», che non è in fondo neppure l’oggetto specifico del libro, quanto innanzitutto per la descrizione godibilissima dello spaccato di vita delle comunità ebraiche ashkenazite tra il XII e il XV secolo.
E’ uno squarcio aperto, una boccata di aria fresca su una storiografia oleografica, lacrimevole, ripetitiva, conformista e noiosa che accompagna di solito lo studio del giudaismo, una storiografia che pare molto più la agiografia di un popolo santificato, piuttosto che il ritratto della vita reale di uomini in carne ed ossa, facenti parte di una comunità umana separata e separatasi dal resto del mondo in cui vive e, tuttavia, in profondo, organico, problematico rapporto con esso.
Il libro di Toaff è ammirevole anzitutto per la capacità di farci entrare quasi in presa diretta con i personaggi di quella società , con le loro pratiche di vita quotidiana, le loro vicende, i loro traffici, le loro mercanzie, le loro credenze, i loro riti, i loro problemi, le loro aspirazioni, i loro sentimenti di amore e odio.
Leggendo il libro quasi si annusa l’odore di quei luoghi, le ombre e le luci del ghetto, il tono delle voci nella sinagoga, il tintinnio delle monete sui banchi di credito, il suono dei passi lungo i vicoli stretti di quartieri impregnati di carne e misticismo, di affari e Torah.
Non vi compare malgrado ciò la stereotipata figura dell’ebreo avido, untuoso e volpino.
Ovvero se talvolta si può scorgere anche questa, le figure degli ebrei sono caratterizzati da una piacevole varietà , che evidenzia un mondo ricco di fermenti e di personalità , nient’affatto marginali rispetto alla vita della maggioranza cristiana, eppure inevitabilmente separati da essa.
Un mondo fatto di personaggi strani, eccentrici, spericolati, spregiudicati e - perché no - talvolta feroci, ma vivaddio vivi, virili e fieri della loro irriducibile ebraicità .
E’ in questo contesto che apprendiamo di costumi, usanze, credenze in cui l’intero mondo di allora e in modo particolare il giudaismo ashkenazita attribuiscono al sangue una funzione magico religiosa.
Non ne voglio trattare in questa sede, prefiggendomi una recensione analitica del libro nei prossimi giorni.
Perché questo è un lavoro serio e non può essere liquidato con poche righe polemiche, con argomentazioni volgari, con generalizzazioni squallide, né può essere stroncato a priori con la scusa che esso darebbe fiato all’antisemitismo, perché con questo libro l’antisemitismo non c’entra un fico.
Il lavoro di Toaff è invece un lavoro ponderoso, uno valido contributo alla comprensione dall’interno di quel grande mistero che è il giudaismo ed a cui si è soliti approcciarsi vuoi con il più consumato dei pregiudizi, vuoi con il più ributtante dei servilismi.
Solo chi è in cattiva fede può impugnare quest’opera per innalzare la bandiera dell’antisemitismo o, al contrario, agitarne lo spauracchio.
Purtroppo questi ultimi hanno mandato al rogo, senza neppure averla letta, un’opera che invece deve fare riflettere.
Ad entrambi, seguaci simmetrici del semitismo - antisemitismo, questo libro andrebbe proibito per manifesta indegnità .
Gli altri debbono leggerlo con leggera soavità , «sine ira et studio» come si dice, senza scandalo o inutile riprovazione, con la curiosità e la comprensione che si deve davanti ad ogni fenomeno storico, con lo stupore «ingenuo» che è dovuto davanti ad un mondo che è altro dal proprio e che non poteva essere altro rispetto a ciò che è stato.
E per comprenderlo veramente questo libro, esso va letto con la consapevolezza che il mondo che viveva fuori dei quartieri riservati agli ebrei partecipava non della stessa fede, ma certo delle stesse paure, delle medesime ossessioni, delle stesse latenze psichiche, degli stessi traffici, di analoghi appetiti e talvolta di analoghe devianze.
Perché questo è l’approccio con cui questo libro va affrontato, non certo con la libido di ritrovare la pistola fumante (anzi sanguinante) in mano ad un rabbino o con il terrore che altri davvero la possa scoprire dopo secoli, sicchè occorre immediatamente occultare eventuali prove.
In realtà la nevrotica reazione del mondo ebraico davanti all’opera di Toaff ed il suo «rogo in effige», l’auto da fe’ cui è stato sottoposto, la sconcia strumentalizzazione della figura del padre sono uno sfregio non solo alla tanto celebrata libertà di indagine scientifica, ma alla altrettanto decantata «intelligenza ebraica».
E ciò perché l’amara conclusione di questa vicenda contribuirà a trasformare suo malgrado un onesto professore universitario in un temerario alfiere della verità ad ogni costo e certamente a far sospettare a molti, anche a chi prima non lo credeva, che gli ebrei abbiano potuto compiere omicidi rituali.
Ma ancor più la reazione del mondo ebraico mette in evidenza un nervo scoperto del giudaismo, la sua incapacità di accettare di divenire oggetto di una critica storica che non sia addomesticata, l’inidoneità a sottostare alle medesime libertà cui sottostà tutta l’indagine storiografica, la pretesa che le vicende tragiche che ne hanno accompagnato il destino nel secolo scorso debbano costituire una sorta di pre-giudizio assoluto, che impedisce qualsiasi forma di indagine approfondita e qualsiasi ipotesi di censura.
Tutto è suscettibile di trasformarsi in antisemitismo, tutto odora di nazionalsocialismo, lo sterminio sembra sempre pendere sul loro capo, anche quando è vero casomai il contrario, sicchè il passato ritorna sempre incombente a giudicare il presente ed a determinare il futuro.
Sembra purtroppo di assistere alle reazioni isteriche di certi tipi caratteriali, cui la normale vita di relazione è impedita dai traumi subiti, dai fantasmi evocati, da un’ipertrofia dell’Io che si accompagna ad un autoisolamento distruttivo, tutte le volte in cui non è riservato ad essi il primo posto, la maggiore considerazione o l’assenza di critica.
La stessa pretesa di una unicità assoluta della Shoah, lo spettro di una sua possibile reiterazione continuamente agitato come giustificazione a qualsiasi eccesso da parte israeliana e come esorcismo contro un suo eventuale sacrilegio, il tabù della sua intangibilità blindata per legge, l’impossibilità di domandare alcunché sulle sue cause che non sia già stato spiegato, di dire altro che non sia il ripetersi di una liturgia oramai consunta, l’ossessione di una memoria che si va dissolvendo e che va mantenuta viva con una sorta di accanimento terapeutico, le visite guidate ai luoghi dello sterminio come pellegrinaggi della nuova religione civile, tutto questo denota in realtà una preoccupante fragilità nella coscienza collettiva di quella fede e di quel popolo, cui fa da contraltare spesso un’arroganza irritante.
Tutto ciò fa sì che ahimè la ricerca storica sull’ebraismo si trasformi allora in una sorta di nuova dogmatica, tanto più insopportabile, perché accompagnata da stucchevoli forme di conformismo e servilismo, che saranno certo gradite, ma - ne siamo certi - non intimamente apprezzate in ambito giudaico.
In questa sede noi preferiamo un altro linguaggio, quella «parresia» che solo il Dei Verbum può dare, quella Parola di Dio, che è il Cristo e che ci ammonisce anche aspramente come già duemila anni fa, perché attende che tutti vadano a Lui.
Domenico Savino
Comment by Faso — 02/16/2007 #