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Magna Carta Canta
Era da un pò che si erano le perse le tracce di Marcello Pera, l’uomo delle mille e uno stagioni, il Popper clero-con-teo-lib. Non si trovava da nessuna parte; nè tra le pieghe di una tonaca cardinalizia, nè in una seppur striminzita invettiva contro i giudici golpisti e comunisti, neppure in un dibattito sulla giustizia; inavvertitamente scomparso, insomma. Le ultime immagini marchiate a fuoco nell’immaginario collettivo sono quelle dell’Occident Express (il treno riempito durante l’ultima campagna elettorale di inconsapevoli ignari, convinti che l’occidente fosse in via d’estinzione) e quelle, indimenticabili e toccanti, delle lacrime che solcano il viso del nouveau philosophe all’insediamento di Marini alla Presidenza del Senato. Si capisce: cose così succedono una volta nella vita. Anzi, una volta in quattro vite, se si è Pera. Ecco: nuntio vobis magno gaudio che il pontefice acquisito laico-clerical, il papa liberal è tornato. Questa volta più forte e agguerrito di prima.
Eh sì. Perchè Marcello Pera, in un sussulto di Libertà, ha abbandonato la sua creatura, la Fondazione Magna Carta, un think tank (in assenza di termini migliori) che «non teme di “compromettersi” con la politica, di prendere posizione e di schierarsi», e che fa del «liberalismo» un «sistema di pensiero e di vita ». Una decisione clamorosa, senza precedenti. Dopo la dipartita di Nicola Rossi dai Ds (ma non dal Parlamento, ovviamente), epigono del riformismo senza riforme, la defezione volontaria del Popper di Lucca è sicuramente l’evento più eclatante e significativo del malessere che scorre tra i piani alti delle ideologie partitiche. Dice l’illustrissimo Pera: «Il presidente Berlusconi, spinto dai sansepolcristi di Forza Italia, ha tentato di dare una spallata al governo ma se l’è slogata». Brutta storia: dopo Montecatini, non ci voleva. Ad ogni modo, siamo di fronte ad una libertà politica e di pensiero, pare di capire, inaccettabile nel partito della Libertà. Già qualche settimana fa il filosofo liberalecclesiastico aveva tuonato contro gli impermeabili Circoli della Libertà (provvisoria) di Marcello Dell’Utri: «Di loro ignoro tutto, compreso ciò attorno a cui circolano». Così non si fa, Marcello (Pera). L’amico-nemico Lino Iannuzzi afferma che questi «ha cambiato idea un’altra volta, è un’altra delle sue piroette». E come dargli torto?
La moltiplicazione dei Pera, infatti, nasce anni or sono, all’epoca di Mani Pulite. In quel frangente, il Nostro è un giustizialista assetato di manette e di sbarre, che quotidianamente infiamma, dalle colonne de “La Stampa”, le platee con editoriali pro-giudici e anti-corrotti. Leggere per credere: «Come alla caduta di altri regimi, occorre una nuova Resistenza, un nuovo riscatto e poi una vera, radicale, impietosa epurazione… Il processo è già cominciato e per buona parte dell’opinione pubblica già chiuso con una condanna». Basta poco. Un avviso di garanzia e si gettano via le chiavi. Ma non finisce qua: «I partiti devono retrocedere e alzare le mani… subito e senza le furbizie che accompagnano i rantoli della loro agonia. Questo sì sarebbe un golpe contro la democrazia: cercare di resistere contro la volontà popolare». E il garantismo? Spazzatura: «Il garantismo, come ogni ideologia preconcetta, è pernicioso». A chi osa toccare i magistrati, ecco cosa risponde GiustizialPera: «No e poi no, onorevole Bossi. Lei deve chiedere scusa… I giudici fanno il loro dovere… Molti magistrati sono già stati assassinati per aver fatto rispettare la legge… Lei mette in discussione i fondamenti stessi dello Stato di diritto».
Tutto d’un tratto, GiustizialPera smette di essere tale. Si trasforma: entra in Forza Italia, proprio a fianco di chi i giudici li ha sempre visti fisiologicamente come nemici da annientare. E così, magicamente, i magistrati diventano «golpisti» e pericolosi comunisti «giacobini», mentre chi reclama un pò di rispetto per le leggi e la magistratura è subito tacciato di «giustizialismo». Quando il Senato, con una decisione che nemmeno Mussolini aveva osato prendere, censura l’operato del Tribunale di Milano, il Presidente Pera difende a spada tratta l’operato della Camera Alta. Poi si spertica in lodi per la controriforma dell’ordinamento giudiziario Gelli-Castelli, arrivando persino a citare Giovanni Falcone: «Lui era un grande che aveva visto giusto. Non gli piacevano pm e giudici uniti assieme in una sola carriera e non credeva più all’obbligatorietà dell’azione penale che, com’è oggi, è solo una presa in giro». Quando il Csm insorge di fronte al testo della legge, il Pera ultra-garantista alza il sopracciglio e sentenzia: «Non so quanto il suo agire sia coperto dalla lettera dell’articolo 105 della Costituzione. Ma anche se ciò fosse, e non lo credo, il problema si porrebbe». Se lo dice lui, perforza.
Ancora più spettacolare è la conversione dalla posizione radicale anticlericale e mangiapretale al teo-conservatorismo semi-liberale, con annessi fiumi di incenso sparsi per il clericalismo. Il filosofo uber-garantista una volta (nel 2002) diceva che noi europei «non dobbiamo infilare Dio nella Costituzione Europea o inseguire su tutto le posizioni della Chiesa». Qualche anno dopo, invece, la Chiesa non andava più seguita. Andava superata. Ecco quindi ClericalPera scrivere un libro a quattro mani addirittura con l’allora cardinale Ratzinger, intitolato «Senza radici»: più che un titolo, una confessione in piena regola. L’altro tema maggiormente battuto è quello dello scontro tra civiltà, ovviamente. Il teoconlib, facendo sue e riadattando le tesi neoconservatrici dell’”egemonia benevola”, tiene un discorso all’uopo davanti ad una platea sbigottita di studenti americani in cui spiega che «bisogna difendersi dai cannibali che rifiutano la nostra cultura e i nostri valori con tutti gli strumenti, anche con la forza, per convertirli ai nostri princìpi come abbiamo fatto in passato con fascisti, nazisti e comunisti». Insomma, come si è visto, non è facile inquadrare o etichettare l’Hume del Duemila. Forse, però, una definizione fenomenologica appropriata si può trovare nello stesso libro di P(opp)era: «Un’Europa affetta dal morbo del relativismo, un Occidente che non si ama, prigioniero ‘’in quella gabbia di insincerità e ipocrisia che è il linguaggio politicamente corretto’’, insomma un grande continente senza radici». Avvertenza finale: leggere «Europa» per Marcello, «Occidente» per Pera, «grande continente» per ateo-con-lib-gar-gius-etc.


Francamente di Pera non ne sentivo proprio la mancanza. Anzi!
Comment by Ulisse — 04/3/2007 #
Ma lui è un filosofo… ama le domande, non si cura delle risposte (e infatti quelle che prova a dare sono imbarazzanti)… avete sentito il suo intervento di qualche giorno fa a Radio24? Ne parlo nel mio ultimo post.
Comment by paperogiallo — 04/5/2007 #
Anziché filosofare correndo dietro alle sottane dei prelati (cosa indispensabile in Italia se si vuole tentare di diventare Presidenti della Repubblica senza avere particolari meriti), sarebbe bene che questo “”laico”" buono per tutte le volte che c’è una telecamera rendesse conto di una storiella poco edificante di finanziamenti erogati ad un certo ateneo in quel di Lucca (guarda un po’), per via della quale è addirittura entrato in rotta di collisione con il sindaco locale (che non si chiama Bruni).
Poi ci tiene i sermoni sull’etica (la nostra, mica la sua, ovviamente).
Comment by il griso — 04/5/2007 #