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Contro-manifesto economista
Via questo post ho scoperto questo curioso Manifesto degli Economisti, palesemente di ultrasinistra, tanto che vi è pure un articolo su Liberazione, che credo meriti qualche commento.
Analizziamo anzitutto i cinque punti del post citato.
1) L’abbattimento dello stock di debito pubblico comporterebbe una politica eccessivamente restrittiva ed antisociale.
E’ vero, una politica di riduzione del debito può apparire restrittiva, in quanto è necessario tassare più di quanto lo stato spende, ed utilizzare la differenza per ripagare il debito; poichè una parte di quel debito è detenuto da soggetti stranieri, una parte delle entrate fiscali non ritorna agli italiani (tramite il rimborso del debito) ma finisce in mani straniere. Vero è, però, che una parte delle tasse sono a loro volta pagate da soggetti stranieri. E comunque questa è una analisi puramente statica. In un contesto dinamico (e vi sono decina di casi empirici che lo dimostrano) il risanamento dei conti pubblici e le politiche di pareggio di bilancio sono le uniche che garantiscono una solida e durevole crescita economica ai Paesi. Sull’anti-socialità di una politica di rimborso del debito, ci sarebbe da ridere: i debiti vanno pagati, prima o poi. Chi oggi è tassato per ripagare il debito ha beneficiato ieri dei finanziamenti concessi da chi il debito lo ha sottoscritto, consentendo allo stato di spendere soldi che non aveva. Non pagare il debito significa trasferirlo da generazione a generazione: è "giustizia sociale" far pagare ai pronipoti gli sperperi dei bisnonni?
2) I vincoli richiamati dai sostenitori di tale abbattimento sono meno importanti del vincolo dell’equilibrio dei conti con l’estero.
Sentire questa affermazione da quella stessa frangia di economisti che criticano tanto gli americani per il famoso "doppio deficit" (dei conti pubblici e della bilancia commerciale), sostenendo che gli Usa dovrebbero pensare a come chiudere l’enorme deficit commerciale, fa un po’ ridere: a noi prescrivono la cura inversa. La realtà è semplice: conti pubblici in disordine sono una bomba con la miccia pronta ad accendersi al primo riscaldamento dell’aria intorno. Lo squilibrio dei conti con l’estero dipende principalmente dalla concorrenza dei Paesi in via di sviluppo: chiudere il deficit commerciale italiano (e dei tanti Paesi occidentali nelle medesime circostanze) vorrebbe dire frenare bruscamente le economie dei Paesi poveri o quasi-poveri. Il deficit commerciale si ridurrà sensibilmente quando il governo cinese smetterà di tenere la moneta nazionale sottovalutata onde spingere le sue esportazioni: la Cina (che tutto è tranne che una democrazia) sta sfruttando deliberatamente i suoi cittadini, costringendoli a sussidiare i consumi dei cittadini dell’Occidente usando l’arma valutaria.
3) Le politiche di bilancio restrittivo tese a diminuire le importazioni non possono essere accettate dai lavoratori.
Non mi pare che la "decrescita" sia l’obiettivo del governo Prodi, lo è piuttosto dell’estrema sinistra della coalizione di governo. Non capisco perchè da un lato predicano una cosa e dall’altra sostengono la necessità del contrario. Incoerenti. Di più, per le ragioni spiegate al punto successivo, meno debito pubblico significa più investimenti privati. Ma se aumentano gli investimenti, aumenta il capitale per addetto, e quindi la produttività. Maggior produttività significa salari più alti. Dunque meno debito pubblico significa, in ultima analisi, maggiori stipendi per i lavoratori.
4) La stabilizzazione del debito proposta dal manifesto degli economisti libererebbe ingenti risorse per una nuova politica industriale che rilancerebbe gli investimenti pubblici e quelli privati.
C’è una contraddizione enorme in questa frase: come è possibile che usare più risorse per la spesa pubblica anzichè per il rimborso del debito possa spingere gli investimenti privati? Che modello economico hanno in mente? In un banale modello "IS-LM", cavallo di battaglia dell’economia vetero-keynesiana, quindi probabilmente a loro gradito, il debito pubblico spiazza gli investimenti privati: per aumentare questi ultimi, bisogna ridurre il debito dello stato. Il meccanismo è semplice: il rimborso dei titoli pubblici da un lato restituisce risorse agli investitori, che possono reinvestirle sui mercati finanziari; dall’altro riduce l’offerta di titoli e quindi ne aumenta il prezzo. Prezzi dei titoli e tassi di interesse sono correlati negativamente: prezzi più alti implicano tassi più bassi, e quindi maggior incentivo ad investire. Quindi per spingere gli investimenti privati la cosa giusta da fare è ridurre il debito pubblico, non certo aumentarlo.
5) Gli investimenti pubblici dovrebbero essere volti a permettere quel salto tecnologico che servirebbe ad aumentare le esportazioni ed a riequilibrare i conti con l’estero.
Lo Stato italiano è tra quelli che maggiormente finanzia le università, eppure (salvo rare eccellenze dovute più all’abilità del singolo che non al funzionamento del sistema) la nostra ricerca fa schifo. Lo Stato italiano è stato per decenni proprietario delle società di telefonia, energia, acqua, petrolchimico, alimentare, banche: nessuna di queste è stata in quel periodo ai vertici internazionali per capacità o sviluppo tecnologico. Per quale motivo riprovarci, quando si è fallito già una volta? Il progresso tecnologico è frutto della capacità del singolo di innovare o migliorare l’esistente, non di piani quinquennali di ricerca predefiniti dallo Stato.
Se poi uno legge l’appello, scopre nelle prime righe che "si rendono indispensabili provvedimenti coraggiosi ed incisivi: un programma di legislatura che preveda ampi investimenti nel sistema delle infrastrutture materiali e immateriali".
Nell’articolo su Liberazione si legge, in maniera del tutto simile, che "accanto agli investimenti privati servono considerevoli investimenti pubblici nelle infrastrutture, nella ricerca, nella produzione e nel trasferimento dei brevetti, al fine di guidare l’apparato produttivo verso un vero e proprio salto tecnologico"
Leggere questa frase sul giornale di quella parte politica che più duramente si oppone alla realizzazione della Tav fa sorridere, ma evidenzia di nuovo la loro enorme contradditorietà.
Vi è poi una parte (a mio giudizio totalmente delirante) in cui si auspica un intervento governativo per indirizzare gli investimenti (pubblici ma anche privati) così da incidere sulla loro qualità: "sano" dirigismo sovietico. Lo Stato decide dove investire, cosa investire, quanto investire e quando investire.
La realtà è un’altra, e qui inizia il mio contro-manifesto.
In un Paese con un rapporto debito/Pil al 107%, non dovrebbero esserci dubbi su come utilizzare entrate fiscali in eccesso rispetto al budget, e non dovrebbero essere i parametri di Maastricht o l’Europa a dircelo: occorre ripagare il debito pubblico, restituire ai cittadini parte di quelle risorse che lo stato ha malamente sperperato in questi anni.
1.) Meno debito pubblico significa una riduzione dei rischi nei conti pubblici legati ad andamenti negativi dell’economia o dei conti con l’estero.
2.) Meno debito pubblico implica un aumento degli investimenti privati, che a loro volta si traducono in un aumento del capitale investito nell’economia, da cui deriva una crescita della produttività del lavoro e quindi un rialzo dei salari die lavoratori.
3.) Meno debito pubblico oggi significa meno interessi da pagare domani e, quindi, maggiori risorse per la copertura della spesa corrente o per una riduzione delle imposte.
4.) In ultima analisi, meno debito pubblico significa maggior crescita economica nel lungo periodo, maggiore libertà per i cittadini, maggiore "giustizia sociale" (qualunque cosa questa sia).
Diciamocelo chiaramente: dopo anni di critiche (forse anche almeno in parte condivisibili) a Tremonti per l’uso delle una-tantum per finanziare la spesa corrente (ma almeno si era in periodi di congiuntura economica negativa), questi propongono di fare la stessa cosa, con l’aggravante di farlo in un periodo di congiuntura economica favorevole.

