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Ancora su debito e beni pubblici
Dato che ha risposto con un nuovo post alle mie precedenti osservazioni, aggiungo qualche commento alle nuove considerazioni.
Sinceramente, alle previsioni del Fondo Monetario Internazionale (come anche della Banca Mondiale) credo molto poco. Sulle capacità previsionali del Fondo, basta leggere qui. Per farla breve, i modelli previsionali per le analisi delle politiche economiche usati dal fondo non funzionano. Nè potrebbe essere altrimenti, considerato che si basano su modelli superati: uno su tutti, quello del "gap finanziario" (come avevo già scritto qui).
Se poi aggiungiamo che nell’ultimo report della Banca Mondiale sull’Africa si legge che è stata "finalmente individuata la causa principale che spiega il ritardo dell’Africa nell’eliminare la povertà: la lenta ed irregolare crescita economica" (una tautologia che dovrebbe essere premiata con il licenziamento in tronco di tutti i funzionari responsabili dell’affermazione), dovrebbe essere evidente che, da quelle parti, c’è qualcosa che non funziona. Ed il problema non è certo un eccesso di "liberismo", considerato che in tali report la parola "mercato" non compare mai, nè compare l’idea che per stimolare la crescita sia necessario sostituire una maggiore libertà economica agli attuali sistemi di interventismo ed assistenzialismo.
Ricorrere all’evidenza empirica piuttosto che a previsioni fatte con modelli imperfetti e calibrati male (tanto che non reggono alla prova dei fatti) è molto più utile: anche senza leggersi studi approfoonditi, è sotto gli occhi di tutti che il Regno Unito ha ripreso a crescere dopo il profondo taglio al suo debito pubblico, l’Europa Continentale ed il Sudamerica sono afflitti da una crisi prolungata nonostante le loro politiche di stampo neokeynesiano (spese pubbliche a deficit, alto debito pubblico, interventismo governativo nell’economia); l’India e la Cina hanno iniziato a crescere quando hanno abbandonato rispettivamente il modello socialista e comunista, affidandosi ad un "più o meno libero" mercato.
Sull’effetto di spiazzamento della spesa pubblica finanziata con deficit, vorrei solo osservare che lo stato ha due possibilità: creare moneta o finanziarsi emettendo debito pubblico. Considerato che allo stato italiano è (fortunatamente!) preclusa la possibilità di stampare moneta per finanziare le proprie spese, rimane solo il canale del debito: ma quei soldi da qualche parte devono pur venire.
Se vengono da cittadini italiani sono sottratti o al consumo privato o all’investimento privato; nel primo caso, si ha un effetto di immediata riduzione della domanda, nel secondo l’effetto è "dinamico", prolungato nel tempo, e distinto a seconda che l’investimento sia realizzato in Italia o all’estero, ed effettuato mediante acquisti di beni di capitale italiani o esteri. Ma questo secondo aspetto è irrilevante (lo stesso problema si porrebbe per l’investimento pubblico): ciò che conta è che si sostituisce un investimento privato, che se fatto in Italia incrementerebbe lo stock di capitale del Paese (ed in ultima analisi anche i salari dei lavoratori), se fatto all’estero incrementerebbe i flussi futuri di capitali in entrata (per la remunerazione dell’investimento).
Se i titoli di debito pubblico sono sottoscritti da investitori stranieri, si ha un aggravamento dei conti con l’estero: ogni prestito ottenuto oggi corrisponde ad un flusso di interessi per gli anni futuri (sempre che non si voglia fare dell’Italia un Paese "africano" o "sudamericano" che ripudia il proprio debito pubblico).
Da ultimo, occorre chiedersi perchè i privati non sono disposti a finanziare quegli interventi che si vuole finanziare col debito pubblico. E’ evidente che si deve trattare di qualche tipo di investimento, presupponendo che non si voglia essere folli al punto tale di finanziare la spesa corrente con entrate in conto capitale. Dunque perchè i privati non realizzano quegli investimenti capaci di dare impulso all’economia? L’unica spiegazione è che non siano tali da remunerare adeguatamente il capitale. A quel punto l’unico motivo per cui lo Stato debba ugualmente realizzare tali investimenti è che si tratti di "beni pubblici", ossia beni che abbiano una validità strategica per il Paese ma che, per la loro natura, non sono in grado di remunerare adeguatamente il capitale investito.
Ma di questi investimenti se ne trovano pochi: nella stragrande maggioranza dei casi, si finisce col realizzare opere tipicamente keynesiane…. incaricare lavoratori di scavare buche, ed altri di riempirle, con il solo scopo di farli lavorare per giustificare il pagamento di un salario. Se l’idea è quella di buttare i soldi in questa maniera, non dovrebbero esserci dubbi su cosa farsene del debito pubblico: evitarlo come una maledizione, e restituire soldi ai cittadini ogni qualvota ciò sia possibile.
Ah, due ultimi appunti, poi mi riprometto di non tornare più sul tema: il mio nick non ha nulla di religioso (ma l’insinuazione fatta non mi infastidisce affatto), e ogni euro speso per le attuali università italiane è un euro buttato.

