May
28

Il Mondo del Lavoro dove si liquida l’Uomo

Se le tante sinistre facessero il loro mestiere che è anche quello di correlare i meriti e i demeriti all’assetto sociale, sicuramente vivremmo la trasformazione del mondo lavoro con qualche speranza in più. Che non è poco se si pensa che in questo Paese tre lavoratori al giorno muoiono a causa delle condizioni nelle quali si trovano a svolgere la propria attività. Sono 350 e passa le vittime, e novemila gli invalidi soltanto in questi primi mesi del 2007.

 

 

Vuol dire che gli operai sono “disattenti” ? Che il lavoro è male organizzato? O peggio ancora che si debba morire lavorando? “Lavorando per salari bassi, talvolta perfino indecenti. In nessun luogo, i lavoratori possono essere trattati come numeri”, come ha avvertito il presidente Napolitano.

Il Presidente esagera? No, dal momento che i salari italiani sono i più bassi tra i paesi fondatori dell’Unione europea, e diversamente da quanto è avvenuto in Francia, Germania e Inghilterra, in termini reali sono quasi fermi da più di dieci anni. Com’è potuto accadere? Una delle cause, la più macroscopica è stata l’aumento massiccio del lavoro precario. I dati Istat parlano che, nell’ultimo anno, esso è aumentato del dieci per cento. E’ una cifra altissima dovuta al fatto che le imprese tendono sempre di più a sostituire porzioni crescenti di forza lavoro stabile e qualificata con forza lavoro precaria e atipica. Sono figure contrattuali, tutte debolissime, che puntano non ad elevare la propria condizione, ma ad aggredire la condizione del lavoratore stabile.

Sicché, per la prima volta in Italia, coloro che lavorano rischiano di trovarsi in condizioni economiche non diverse da quelle del disoccupato assistito. Inoltre, chiunque abbia superato i quarant’anni è oggi consapevole che ai primi segni di crisi il suo posto di lavoro è a rischio, e che in caso di licenziamento sarà molto difficile trovarne un altro di pari livello professionale e a parità di retribuzione. Infine, l’allungamento dell’età pensionabile rende particolarmente critica la condizione di tale fascia delle forze di lavoro. Ma non va bene nemmeno per i giovani poiché l’ultimo rapporto dell’ Ocse rivela che in Italia la crescita del lavoro è in frenata: era dello 0,6 per cento l’anno scorso, e nel 2007 scivolerà allo 0,4 per cento. Questo vuol dire che per ogni due nuovi posti di lavoro che nasceranno quest’anno negli altri paesi sviluppati, in Italia ne nascerà uno solo, anzi meno di uno.

Accade perché la tecnica oggi non è più un “mezzo” nelle mani dell’uomo, ma, per effetto della sua espansione è diventata la vera protagonista del mondo dell’economia e del lavoro. La tecnica non conosce il sociale, ma sa solo ottimizzare l’impiego minimo delle risorse umane per perseguire il massimo dell’utile. Progetti a lunga durata non se ne possono più fare per il semplice motivo che la tecnica agisce in un arco di tempo compreso tra il recente passato e l’immediato futuro e preferisce soprattutto l’immediato. E dunque alla progettazione di lungo periodo è subentrata quella di breve periodo il che vuol dire la ricerca spasmodica per inserirsi in circostanze favorevoli tendenti a sfruttare le “opportunità”. In un contesto del genere quel che si chiede al lavoratore è la prontezza a cambiare tattiche e stili a breve scadenza, cioè quel che si chiama “flessibilità” e naturalmente a basso costo e in alti termini di efficienza e funzionalità perché la macchina resta il modello da imitare.

Accade che oggi molto più di ieri, tra lavoratori e imprese non vi sia una normale relazione di scambio, ma un rapporto strutturalmente asimmetrico. Infatti i lavoratori soltanto formalmente hanno l’opzione di non vendere la propria forza lavoro, poiché chi possiede la sola capacità di lavorare non ha altra scelta. Gli imprenditori, invece, possono essere meno «impazienti» nell’acquistare la forza lavoro, poiché per qualche tempo possono sopravvivere consumando il proprio capitale. Inoltre, solo gli acquirenti di forza lavoro possono perseguire strategie dirette ad indebolire la controparte, vuoi ricorrendo a tecnologie risparmiatrici di lavoro, vuoi spostando investimenti da un Paese all’altro, vuoi modificando i requisiti professionali richiesti. E così da un’asimmetria strutturale nasce una prevaricazione di potere delle imprese sui lavoratori.

In Italia quel che più preoccupa sono i rapporti di lavoro non standard, che fanno temere una maggiore instabilità del posto e tragitti lavorativi più discontinui, tanto più che il centro-destra ha aggiunto un armamentario di impieghi flessibili alle modalità già introdotte dal centro-sinistra. Oggi il 10,5 per cento dei contratti non è più a tempo indeterminato e l’8,6 per cento non è più a tempo pieno. Nell’Unione Europea il contratto di lavoro a tempo pieno e con durata indeterminata resta peraltro la modalità normale; ma non è più esclusiva come lo fu in Italia fra il 1926 e il 1997, anno del “pacchetto Treu”.

Va anche detto che i vari tipi di contratti a termine stanno sostituendo il tradizionale periodo di prova, sia perché certi imprenditori li sfruttano per dilazionare al massimo l’assunzione stabile, o per evitarla, sia perché molti ritengono insufficiente il periodo previsto dai contratti. Si tenga a mente che complessivamente l’area della precarietà coinvolge 3.757.000 individui, tra i quali uno su quattro non è occupato. E sebbene costituiscano un’opportunità di ingresso nel lavoro per giovani e donne, i rapporti a termine possono però creare «ghettizzazione» professionale ed emarginazione sociale quando il lavoratore vi rimane “intrappolato”: basti pensare che oggi chi ha un contratto a termine stenta a ottenere prestiti e ad affittare appartamenti. Così diventa comunque difficile costruirsi un percorso, «formulare previsioni e progetti d’una certa portata in campo professionale e spesso anche in campo esistenziale e familiare», come spiega Luciano Gallino.

Come si fa, di fronte a queste evidenze, a non capire che il problema del lavoro con tutte quelle “morti bianche” è attualissimo? E che non si risolve commemorando le vittimei degli incidenti nei cantieri e nelle fabbriche? Le sinistre, come detto, dovrebbero per prime farsene carico, ma finché continuano a sbranarsi, compagno contro compagno, sul partito di sinistra ideale da fondare, non inquadrano il mondo del lavoro in cui viviamo e sbagliano le mosse interpretandolo sulla base delle esperienze passate che oggi non servono più. Infatti, l’impresa con la scusa delle turbolenze, degli assilli e della competizione globale, non è disposta a dare nulla in cambio. Così vivendo il rischio è che finirà col prevalere nella società civile il concetto secondo il quale è giusto ed è bello soltanto il perseguimento esclusivo dell’”utile”, in cui le “morti bianche” diventano un incidente di percorso.

Vincenzo Maddaloni
www.vincenzomaddaloni.it

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  1. Condivisibile, salvo qualche passaggio:

    “Accade perché la tecnica oggi non è più un “mezzo” nelle mani dell’uomo, ma, per effetto della sua espansione è diventata la vera protagonista del mondo dell’economia e del lavoro. La tecnica non conosce il sociale, ma sa solo ottimizzare l’impiego minimo delle risorse umane per perseguire il massimo dell’utile.”

    Io credo che lo sviluppo tecnologico sia ancora, com’è sempre stato, uno strumento di selezione che sgrana il gruppo in corsa. Più cultura più potere, è ancora vero. Salvo che oggi la cultura che conta è quella tecnico-scientifica. Che personalmente ritengo, oltre tutto, più “onesta”, meno fumosa e mistificabile della cultura umanistica d’antan. Ciò che mette davvero in difficoltà è la velocità del cambiamento. Credo che per non farsi travolgere, per non vivere da eterni frustrati, non resti che imparare che, dopotutto, arrivare secondi, o terzi, o addirittura ultimi non è una tragedia.

    Comment by alce41 — 05/28/2007 #

  2. Stando a quanto scritto sopra il lavoro flessibile dovrebbe riguardare solo alcune specifiche categorie di lavoratori specializzati in materie tecnico-scientifiche. In realtà non è ciò che avviene!

    Una buona fetta del sistema contrattuale flessibile ricade sulle spalle dei lavoratori di tipo generico: carico/scarico movimentazione merci, magazzinaggio/facchinaggio, linee di montaggio, stampaggio nell’industria tessile, nel chimico e nel settore delle pulizie. Così come è oramai la normale prassi d’assunzione attuata dai centri commerciali.

    A mio parere si sta assistendo da qualche anno a una forma endemica di applicazione del Decreto Legislativo 6 settembre 2001, n. 368, con modalità fuorvianti e truffaldine. Già di per sè il Decreto è un abuso recante forte danno sociale ai cittadini/lavoratori (soprattutto giovani) in nome di una esigenza illusoria incentrata per lo più sulla falsa riga di una migliore stabilità economica e di sviluppo dell’occupazione giovanile.

    L’ambiguità e fuorvianza è data dall’Articolo 1, comma 1 del decreto in cui si precisa: “E’ consentita l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo”. E qui si nasconde l’inghippo truffaldino. Ovvero nulla vieta alle aziende di assumere un lavoratore come “operaio in prova” facendo passare il contratto d’assunzione per una delle possibilità elencate nel comma 1. E tutto è chiaramente prorogabile. Ne consegue che un lavoratore a termine si ritrovi in prova ricattabile anche per diversi mesi mascherato da un contratto con una ragione di assunzione lecita. In tutti i casi chi assume operai generici non specializzati ricorrendo al sistema di lavoro determinato assume esclusivamente per prova e non di certo perchè urge di personale riciclabile, sempre all’avanguardia. Questa è una forma di sfruttamento.

    Il contratto a termine dovrebbe essere escluso alle aziende o cooperative che offrono solo lavoro di tipo generico, non professionale.

    Ora, non è pensabile che i nostri politici non siano capaci di scrivere le leggi però, è altresì evidente che l’inganno l’hanno scritto e, permesso loro.

    Comment by triio — 05/28/2007 #

  3. aggiungo… con l’approvazione delle Parti sociali più autorevoli!

    Comment by triio — 05/28/2007 #

  4. 2 triio

    Non capisco a cosa ti riferisci quando dici: ” Stando a quanto scritto sopra…”
    Se ti riferisci al mio commento ti faccio notare che la prima parte, tra virgolette, è la citazione di un capoverso del post ( il quinto), con cui non sono d’accordo.
    Mai pensato che il lavoro flessibile riguardi i lavboratori specializzati in materie tecnico-scientifiche. E perché mai?

    Comment by alce41 — 05/28/2007 #

  5. …è un riferimento a quanto è scritto nel post di Cloro che poi non è il suo. Comunque il paragrafo che tu hai preso e messo tra virgolette dice la verità. É vero ciò che si afferma ma, se fosse così, allora, la flessibilità dovrebbe essere ristretta alle sole figure professionali invece la si applica a tutte le categorie di lavoratori.

    La tecnica è materia in continua evoluzione, non conosce fase di assestamento per cui, i lavoratori specializzati e le varie figure professioniali sono soggette a frequenti forme di aggiornamento professionale. Ecco perchè la flessibilità in certe circostanze può essere per le aziende in concorenza con i mercati, necessaria e utilizzata come forma di riciclo tecnico-produttivo. Ovviamente sempre nel rispetto delle regole senza abusi.

    Allora non capisco il motivo di ricorrere all’abuso della contrattazione a termine verso le figure non professionali.

    Comment by triio — 05/28/2007 #

  6. …non comprendo il senso di assumere in modo indiscriminato, donne delle pulizie, come fanno per esempio all’ospedale Sant’Anna, per 4 mesi a termine prorogabili e, farli passare come “prova” tramite contratto di assunzione con ragione di tipo: organizativo o sostitutivo, per poi, licenziarle alla scadenza del secondo e ultimo contratto determinato ed assumere altre operaie che forse avranno la stessa sorte. La prova mascherata se diventa prorogabile mi sembra eccessivamente lunga e contribuisce a far vivere il lavoratore sotto una forma di infame ricatto psicologico. Guai ammalarsi!

    Questa è da ritenersi una forma di sfruttamento che si dovrebbe evitare. La legge andrebbe rimodellata e applicata solo alle vere professioni.

    Comment by triio — 05/28/2007 #

  7. … scusa trii: come fa una cosa vera a produrre effetti diversi da ciò che dovrebbe se lo fosse davvero?
    Eterogenesi dei fini?
    Secondo me nel post si parla di “tecnica” in senso lato, non come patrimonio di determinate figure professionali, ma come di un mezzo sfuggito al controllo per diventare a sua volta soggetto, protagonista del mondo dell’economia e del lavoro. Ed è proprio questo aspetto “metafisico” che non mi convince per nulla.

    Comment by alce41 — 05/28/2007 #

  8. e non dimenticatevi del trattamento vergognoso nei confronti dei dipendenti dei call center…..

    Comment by wind — 05/28/2007 #

  9. scusa alce41 ma la parte del post dove tu hai estratto il testo sopra virgolettato chiude il blocco citando questo:

    “In un contesto del genere quel che si chiede al lavoratore è la prontezza a cambiare tattiche e stili a breve scadenza, cioè quel che si chiama “flessibilità” e naturalmente a basso costo e in alti termini di efficienza e funzionalità perché la macchina resta il modello da imitare.”

    Insomma … comunque sia la tecnica in senso lato - come affermi tu - produce tecnici e porta in sostanza le aziende alla continua esigenza di figure professionali sempre più preparate, altrimenti intercambiabili, che, siano sempre all’altezza del progresso tecnologico con cui stare al passo dettato dall’economia mondiale. Mi pare che nel post si dica proprio questo. E quindi stando al post sono proprio queste figure le più colpite dalla flessibilità. Invece non è proprio così. La flessibilità riguarda molto e soprattutto i dipendenti assunti da quelle aziende che, appunto affermo io, non sono soggette a nessuna condizione che sia collegata a quella tecnica presa in esame dall’autore del post.

    Comment by triio — 05/28/2007 #

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