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Il discorso di Ualter
E, finalmente, cari amici, dopo giorni di abile regia mediatica, è arrivato il "Veltroni-day". Preceduto da fiumi di articoli elogiativi e scritti in ginocchio da tanti giornalisti, davanti ai computer.
Eccovi una perla di un cantore delle gesta veltroniane che ha voluto sottolineare senza meno "la sua integrità mediatica, la sua spensieratezza, il suo stato d’animo gioviale" sono tali da consentire al candidato leader del PD "di inventare, sperimentare e calibrare tempi, luoghi, cerimonie, spettacoli, paradigmi, suggestioni e collegamenti".
La speranza e’ ora che Ualter, qualche idea, non so se morettianamente parlando "de sinistra", la metta in campo, di una cosa sono sicuro che a differenza di Prodi, non ci fara addormentare presto, la sera (Sempre se vi piacciono il Jazz,l’America e gli anni 60). Mi auguro altresi che questo PD riesca a fare una competizione seria con il centro-destra, da Paese normale, ma onestamente ho delle forti riserve. Per chi ha voglia… infine vi trovate qui tutto il discorso fatto buona lettura come opzione si puo rivedere… su DSonlineTV [click] tutto l´Ãntervento di Veltroni al Lingotto.
"Un’Italia unita, moderna e giusta" di WALTER VELTRONI
"Fare un’Italia nuova. E’ questa la ragione, la missione, il senso del Partito democratico.
Riunire l’Italia, farla sentire di nuovo una grande nazione, cosciente e orgogliosa di sé.
Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi.
Ridare speranza ai nuovi italiani, ai ragazzi di questo Paese convinti, per la prima volta dal dopoguerra, che il futuro faccia paura, che il loro destino sia l’insicurezza sociale e personale.
Per questo nasce il Partito democratico. Che si chiamerà così. A indicare un’identità che si definisce con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all’irrinunciabile tensione all’uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno.
Il Partito democratico, il partito di chi crede che la crescita economica e l’equa ripartizione della ricchezza non siano obiettivi in conflitto, e che senza l’una non vi potrà essere l’altra.
Il Partito democratico, il partito dell’innovazione, del cambiamento realistico e radicale, della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese.
Il Partito democratico, il partito che dovrà dare l’ultima spallata a quel muro che per troppo tempo ha resistito e che ha ostacolato la piena irruzione della soggettività femminile nella decisione politica e nella vita del Paese. La rivoluzione delle donne ha affermato in tutte le culture politiche il principio del riconoscimento della differenza di genere come elemento costitutivo di una democrazia moderna. E’ questa esperienza che dovrà essere decisiva, fin dal momento della fondazione del nostro partito.
Il Partito democratico, un partito che nasce dalla confluenza di grandi storie politiche, culturali, umane. Che nasce avendo dentro di sé l’eredità di quelle formazioni che hanno restituito la libertà agli italiani, di quelle donne e di quegli uomini che hanno pagato con il carcere e con la propria vita il sogno di dare ad altri la libertà perduta. Quelle formazioni che hanno fatto crescere l’Italia e gli italiani, che hanno portato il nostro Paese a trasformarsi da una comunità sconfitta a una delle nazioni che siedono a pieno titolo al tavolo dei grandi della Terra: quanta strada è stata fatta, da quando Alcide De Gasperi, alla Conferenza di Pace di Parigi, si rivolgeva al mondo che lo ascoltava dicendo: "Tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me". Quelle formazioni che hanno combattuto il terrorismo e l’hanno sconfitto.
Ma il Partito Democratico non è la pura conclusione di un cammino. Se lo fosse, o se si raccontasse così, inchioderebbe se stesso al passato.
Invece, ciò di cui l’Italia ha bisogno è un partito del nuovo millennio. Una forza del cambiamento, libera da ideologismi, libera dall’obbligo di apparire, di volta in volta, moderata o estremista per legittimare o cancellare la propria storia. Un partito che non nasce dal nulla, e insieme un partito del tutto nuovo.
E’ quello a cui ha pensato, a cui ha lavorato, per cui si è speso con coerenza e determinazione il fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi.
Il Partito democratico, un partito aperto che si propone, perché vuole e ne ha bisogno, di affascinare quei milioni di italiani che credono nei valori dell’innovazione, del talento, del merito, delle pari opportunità. Quei milioni di italiani che nelle imprese, negli uffici e nelle fabbriche dove lavorano, nelle scuole dove insegnano, sentono di voler fare qualcosa per il loro Paese, per i loro figli. Quei milioni di italiani che si impegnano nel volontariato, che fanno vivere esperienze quotidiane e concrete di solidarietà. Quei milioni di italiani che trovano la politica chiusa, e che se provano ad avvicinarsi ad essa è più facile che si imbattano nella richiesta di aderire ad una corrente o ad un gruppo di potere, piuttosto che a un’idea, ad un progetto.
Sono convinto che il 14 ottobre sarà un giorno importante per la democrazia italiana. Nasce, in forma nuova, un partito nuovo. Nasce consentendo a chiunque creda in questo progetto di iscriversi, naturalmente e direttamente, e di candidarsi. Associazioni e gruppi, comitati e movimenti, singole persone potranno, nello stesso momento, formare un nuovo partito e decidere gli organi dirigenti e il leader nazionale.
E’ un fatto mai accaduto prima. E’ stato sempre più facile che nuovi partiti nascessero da scissioni o da proiezioni personali di leader carismatici.
Nel Partito democratico ognuno sarà e dovrà essere, fin dal primo momento, alla stessa stregua dell’altro. Per questo abbiamo voluto il principio "una testa, un voto".
Ds e Margherita, e per primi Piero Fassino e Francesco Rutelli che hanno saputo guidarli all’appuntamento decisivo, insieme a Romano Prodi che non ha mai smesso di crederci e di lavorare per questo, hanno avuto l’enorme merito di cogliere quella che era davvero l’ultima occasione, hanno avuto il grande coraggio di accettare la sfida. Di mettere in gioco se stessi, con una generosità che non ha precedenti in una lunga storia politica abituata alle separazioni più che agli incontri, alla valutazione del tornaconto di parte più che degli interessi generali. Le forze politiche che hanno deciso con i loro congressi di andare oltre se stesse, hanno compiuto una scelta che resterà nella storia politica del Paese. Il mio pensiero, in questo momento, è rivolto al coraggio e alla passione politica di tanti italiani che in questi anni hanno tenuto vive le idee della sinistra e dei democratici.
Unire le culture e le forze riformiste del nostro Paese. Superare la parzialità e l’insufficienza di ognuna di esse, di ognuno di noi. Dar vita a una forza plurale attraverso non il semplice accostamento, ma una creazione nuova. Far nascere, finalmente, il Partito democratico, la grande forza riformista che l’Italia non ha mai avuto.
Il cammino iniziò nel 1995, per iniziativa di Romano Prodi. Cominciò facendo nascere, in tutta Italia, comitati di cittadini. Comitati che univano le forze politiche e la società civile. Così vincemmo elezioni che sembravano perdute e così governammo l’Italia assumendoci responsabilità alte e difficili. Così raggiungemmo l’obiettivo dell’Europa. E non posso, qui, non rendere omaggio a un grande artefice di quel cammino, ad un protagonista della vita del Paese e delle nostre istituzioni: Carlo Azeglio Ciampi.
In quegli anni assumemmo anche, con Massimo D’Alema, il compito di interpretare un ruolo attivo dell’Italia nei momenti più aspri delle violazioni dei diritti umani nei Balcani. Un’Italia che non voltava lo sguardo dall’altra parte. Un’Italia che accettava e sosteneva la lotta, riuscita, per sconfiggere la logica della superiorità etnica che stava riportando il cuore dell’Europa nel baratro delle fosse comuni. Per sostenere che la pace, dove non c’è, non può essere difesa, ma va ricostruita. Dalla comunità internazionale, lasciando da parte inerzie colpevoli e presunzioni di unilateralismo. Ponendosi agli antipodi di quella aberrazione concettuale che è la "guerra preventiva" e di quella follia che è stato l’intervento in Iraq.
Personalmente ho creduto alla prospettiva del Partito democratico anche quando pareva difficile, quando era considerata lontana e impossibile. Mi sembrava che con l’abbattimento del Muro, con la vittoria della libertà sulle dittature comuniste, potesse aprirsi un tempo nuovo. Un tempo di libertà, un tempo di ricerca fuori dai recinti ideologici, un tempo di curiosità intellettuale e di incontro con l’altro. Un tempo di ponti e non più di fili spinati.
Mi sembrava che si aprisse la possibilità di costruire un campo ampio e pluralista, capace di comprendere chi pensava che con la fine degli "ismi" non fosse finito il bisogno di giustizia sociale, di riscatto degli ultimi, di difesa dei diritti umani e civili. Il bisogno di una sinistra moderna e innovativa, per chi ad essa sentiva di appartenere e vedeva aprirsi opportunità inedite per rispondere, in modo nuovo, ai propri compiti di sempre.
Ora, dopo un percorso inevitabilmente travagliato, questo sogno si sta realizzando, e si sta facendo strada, credo non solo in Italia, l’idea che occorra far vivere un nuovo campo del pensiero democratico, delle idee di libertà, di giustizia sociale e di innovazione.
L’Europa è andata a destra, in questi anni, perché la sinistra è apparsa imprigionata, salvo eccezioni, in schemi che l’hanno fatta apparire vecchia e conservatrice, ideologica e chiusa. Ad una società in movimento, veloce, portatrice di domande e bisogni del tutto inediti, si è risposto con la logica dei "blocchi sociali" e della pura tutela di conquiste la cui difesa immobile finiva con il privare di diritti fondamentali altri pezzi di società.
Il Partito democratico dovrà saper corrispondere alle nuove domande. Al bisogno di libertà e di fluidità sociale di ceti sempre più mobili, coniugando queste esigenze con la ragione della sua stessa esistenza, e cioè la costruzione di una società in cui le capacità di ciascuno possano essere messe alla prova indipendentemente dalle condizioni di partenza. Di una società che "si prenda carico", che non sia cinica o egoista, che si ponga il problema che l’Istat ci ha appena detto essere intatto: la distanza tra chi sta molto bene e chi sta molto male, in Italia, non accenna a diminuire.
Una società dove la precarietà non sia la regola, dove non sia l’incertezza a segnare, a ferire, la vita delle persone.
E’ la precarietà soprattutto dei giovani, dei nostri ragazzi, delle nostre ragazze. In un tempo fantastico della vita viene chiesto loro solo di "aspettare". Aspettare di avere un lavoro certo, un mutuo per la casa e, con questi, la possibilità di mettere su famiglia e avere dei figli. La vita non può essere saltuaria. La vita non può essere part-time. Un imprenditore può assumere così, all’inizio, ma poi spetta alla comunità rendere certo l’incerto, per il ragazzo e per l’impresa.
E’ la lotta alla precarietà, la grande frontiera che il Partito democratico ha davanti a sé.
Io qui oggi parlo non da uomo di partito e neanche da uomo di parte. Parlo da italiano.
Da persona che ama il suo Paese e pensa che il destino dell’Italia venga davvero prima di ogni altra ragione o considerazione particolare.
Guardo il mio Paese e se vedo segni di profondi cambiamenti, vedo anche indizi di un declino possibile: la precarietà, appunto. E poi l’invecchiamento della popolazione, la scarsa istruzione, la debolezza della ricerca, l’inefficienza di molti servizi collettivi, un sistema fiscale in cui convivono sacche di evasione ed una pressione troppo alta. Vedo la tendenza all’illegalità diffusa, a rifugiarsi in difese corporative o in settori di rendita, a difendere con le unghie e con i denti grandi e piccoli privilegi, a evitare ogni possibile apertura alla concorrenza.
E nella nostra società, a fianco di una grande ricchezza a volte nascosta in termini di "capitale sociale", sento esserci uno stato d’animo fatto di smarrimento, di stanchezza, di pessimismo, persino di forme di intolleranza, di incattivimento, di omofobia, di diffidenza e chiusura verso tutto ciò che appare estraneo, diverso.
Sono tutti segni del rischio di declino segnalato in un bel saggio da Michele Salvati, che qui, in questo momento, vorrei ricordare insieme a Pietro Scoppola e ad altri come coloro che hanno stimolato con più determinazione e coerenza la nascita di questo partito nuovo.
L’Italia ha bisogno di crescita. Il governo Prodi sta lavorando per questo, e le cifre, i risultati, stanno confortando lo sforzo e le scelte fatte. In una situazione di straordinaria difficoltà e con una eredità pesante sulle spalle, in un anno il governo ha portato avanti una grande opera di risanamento finanziario che oggi fa rispettare all’Italia i parametri europei, ha rotto un lungo immobilismo con le liberalizzazioni e l’apertura dei mercati, ha restituito credibilità all’Italia sia in sede politico-istituzionale che in sede economica.
E sia chiaro che il primo compito del nascente Partito democratico è il pieno, coerente e deciso sostegno all’azione del Governo Prodi, al cui successo sono legate molte delle prospettive dei democratici.
L’Italia deve crescere, deve crescere e investire sulla sua competitività, sul talento e sulla creatività dei suoi ceti produttivi, sull’unicità della sua bellezza e della sua cultura. La cultura, il nostro patrimonio ambientale, monumentale, artistico: è qualcosa che certo non teme delocalizzazioni, che è legato alla nostra storia e al nostro territorio, che è una delle nostre più grandi risorse, un elemento della nostra identità e della nostra forza nel mondo.
Crescere e competere è possibile, si è dimostrato. Il sistema bancario italiano non è più quella frammentazione di soggetti che è stato per molto tempo. Oggi banche e industrie nazionali acquistano, conquistano ed entrano a far parte di reti e gruppi europei. La nazionalità non si difende con le barriere, ma con una maggiore competitività, con un’ampia disponibilità all’innovazione, con la capacità del sistema Paese di promuovere e di accompagnare.
Penso ad esempio alle medie imprese. Il Paese vive di questo. Sono il cuore dell’Italia che produce, a cominciare dal Nord, anche perché ciascuna di esse porta con sé nella competizione globale un gran numero di micro-imprese. Stanno creando sviluppo, sono una delle carte più alte che abbiamo in mano per raggiungere possibili futuri successi. Vanno sostenute, vanno aiutate a diventare grandi, a non cadere in una spirale esclusivamente finanziaria, a spingere verso l’innovazione.
E’ più di una scelta. Deve essere nella natura del Partito democratico, fare questo. Dobbiamo saperlo: senza crescita, gli obiettivi di una grande forza dell’equità e delle opportunità sono destinati a soccombere.
La battaglia da sostenere, diceva Olof Palme, "non è contro la ricchezza, è contro la povertà". Ricordiamole sempre, tutte e due le cose.
Superiamo allora gli odi, i rancori e le divisioni che impediscono di guardare con lucidità alla situazione economica. La ripresa economica non è né di destra né di sinistra: è un bene per tutto il Paese, e tutti abbiamo il dovere di fare ciò che è necessario per prolungarla, rafforzarla, estenderla ai settori e ai territori che ancora non l’hanno agganciata. Un duraturo e moderno sviluppo economico non si ottiene se ciascun soggetto, ciascuna impresa, ciascuna categoria, si rinchiude in sé stessa come una monade isolata dal contesto esterno. Non si fa sviluppo con l’egoismo. E nemmeno con l’egoismo nazionale.
Ogni nostalgia nazionalistica è del tutto anacronistica. In un’Europa debole e divisa, nessuno Stato nazionale, grande o piccolo che sia, è in grado di assicurare ai suoi cittadini prosperità, sicurezza, libertà, pace. E’ solo l’Unione, che non cancella identità e culture nazionali, che può riuscire a far questo. Può riuscire solo un’Europa politica e democratica, che abbia più peso e più responsabilità, che segua il principio guida fissato all’inizio dell’avventura europea, quello della limitazione delle sovranità nazionali.
L’azione che il governo italiano sta portando avanti, il ruolo che lo stesso Presidente Napolitano svolge, sono la prova di quanto sia importante che i Paesi più convintamente europeisti, come il nostro, non lascino che l’Unione venga sospinta al largo dal vento dell’euroscetticismo, che in questo momento soffia forte. Che non rinuncino all’idea di far procedere speditamente l’Europa con il principio della doppia maggioranza e con lo strumento della cooperazione rafforzata. L’Europa ha bisogno di un’Italia stabile, forte, che cresce.
La nuova Italia nasce dalla riscrittura di almeno quattro grandi capitoli della nostra vicenda nazionale: ambiente, nuovo patto fra le generazioni, formazione e sicurezza.
1) I mutamenti climatici sono il primo banco di prova di questa vera e propria sfida. Dobbiamo convincerci tutti che l’aumento dell’effetto serra causato dal modo tradizionale di produrre e consumare energia non è un problema di astratta e accademica ecologia. I cambiamenti del clima sono ormai un drammatico dato di fatto: fermarli non è solo un dovere etico verso le future generazioni, è un interesse tremendamente concreto di noi contemporanei. In cima alle priorità della politica e dell’azione pubblica deve stare il futuro ambientale del nostro Paese e dell’intero pianeta. Affrontare i cambiamenti climatici. Realizzare gli obiettivi di Kyoto, e i successivi che sarà necessario darsi per ridurre le emissioni. Potenziare le azioni di risparmio energetico. Espandere l’uso delle fonti rinnovabili. Investire in dosi massicce sulle infrastrutture e sulle tecnologie per la mobilità ecosostenibile. Mettere l’apparato industriale e di ricerca italiano in linea con quelli dei paesi che prima di noi hanno investito sulle nuove tecnologie per l’ambiente.
La strada è quella indicata dai tre "20%" fissati come obiettivo al 2020 dall’Unione Europea: +20% di fonti rinnovabili, -20% di consumi energetici, -20% di emissioni di gas serra. Che vuol dire consumare molta meno energia per ogni euro di Pil prodotto, diffondere l’uso dell’energia solare ed eolica, promuovere il risparmio energetico nell’industria, nei trasporti, nei consumi civili.
L’Italia deve giocare da protagonista questa partita recuperando il terreno perduto, oppure non solo avremo mancato di dare il contributo che ci tocca a fermare i mutamenti climatici, ma ci ritroveremo più arretrati, meno dinamici e competitivi degli altri grandi paesi europei. Anche in termini di investimenti, la riconversione ambientale del Paese può diventare un traino per l’intera economia, come è stato in passato per il settore delle telecomunicazioni. Per farlo, si può utilizzare anche il sistema dei prezzi e del mercato, per favorire una grande allocazione di risorse a favore delle politiche ambientali. Si può pensare ad esempio a tasse di possesso automobilistico legate alla qualità delle emissioni, alla detassazione degli investimenti in ricerca e sviluppo ambientale, alla previsione di inasprimenti fiscali per tutti coloro che si sottraggono alle sfide dell’ecocompatibilità.
Quello a cui pensiamo è l’ambientalismo che proponendosi di diventare politica generale, informatrice di ogni scelta, rifiuta la logica del no a tutto. Non si può dire no all’alta velocità se poi l’alternativa è il traffico che inquina e la qualità della vita che peggiora perché per spostarsi ci vuole il doppio del tempo e il doppio dei consumi, il doppio dell’energia. Non si può dire di no al ciclo di smaltimento dei rifiuti moderno ed ecologicamente compatibile e lasciare che l’unica l’alternativa siano discariche a cielo aperto ed aria irrespirabile e nociva.
Quello a cui pensiamo è l’ambientalismo dei sì. Sì a utilizzare le immense possibilità della tecnologia per difendere la natura. L’ambientalismo è l’unico campo in cui l’obiettivo più radicale è conservare: conservare un equilibrio naturale. Ma è anche l’unico campo in cui l’unico modo per conservare è innovare: dal ciclo di smaltimento dei rifiuti, appunto, alla possibilità di muoversi usando infrastrutture su ferro; dall’uso dell’energia solare all’idrogeno. Sono le conquiste scientifiche e tecnologiche a consentire, oggi, di difendere l’aria, l’acqua, la Terra.
2) Un nuovo patto generazionale. Per fortuna - o meglio, per merito di quello stato sociale che i nostri padri hanno costruito per far fronte al rischio della malattia e della vecchiaia - l’età media si allunga. Nella sua recente Relazione il governatore Mario Draghi lo ha sottolineato con estrema chiarezza: nel 2005 vi erano 42 ultrasessantenni per ogni 100 cittadini. Ve ne saranno 53 nel 2020 e ben 83 nel 2040.
È una buona notizia. Non è una disgrazia che ci cade tra capo e collo. Una disgrazia la può diventare solo se noi saremo conservatori, pretendendo di fare fronte alle nuove insicurezze e ai nuovi problemi - almeno in parte connessi ai nostri stessi successi - con le vecchie ricette.
Pensate alla portata straordinaria dell’innovazione introdotta più di trent’anni fa nella previdenza pubblica dall’adozione del sistema cosiddetto a ripartizione, che sostituiva quello a capitalizzazione, nel quale ognuno versava i contributi "per sé": io lavoratore in attività pago oggi i miei contributi, che vengono usati per pagare le pensioni ai pensionati di oggi, in nome del patto, garantito dallo Stato, che prevede che i lavoratori attivi di domani pagheranno a loro volta la mia pensione… e così via, in un sempre rinnovato rapporto di solidarietà tra le generazioni.
È solo un esempio di metodo, che faccio per dimostrare come il dinamismo economico e sociale - ed un più elevato grado di giustizia sociale - possa essere sorretto da un patto tra generazioni che sappia ispirarsi ai valori eterni di solidarietà ed eguaglianza, ma anche modificare profondamente gli strumenti e le politiche per attuarli.
È su quest’ultimo terreno che abbiamo accumulato un ritardo. Perché non siamo stati sempre fedeli interpreti di quel principio di distinzione tra destra e sinistra che enunciò tanti anni fa il più giovane vecchio della sinistra italiana, Vittorio Foa, quando rispose: destra e sinistra? La prima, è figlia legittima degli interessi egoistici dell’oggi. La seconda, è figlia legittima degli interessi di quelli che non sono ancora nati.
Ecco. Non si può dire meglio. Ma dobbiamo poi essere conseguenti, anche - mi si passi la pedanteria - nell’uso del nostro tempo: da molti anni dedichiamo almeno un’ora al giorno del nostro tempo a discutere se si deve andare in pensione a 57, a 58 o a 60 anni, ma solo qualche secondo a progettare una risposta al fatto che continua ad aumentare il numero dei bambini che vivono in famiglie al di sotto della linea di povertà relativa; lo stesso esiguo tempo che dedichiamo a cercare soluzioni per le famiglie che, dovendo improvvisamente fare fronte alla cura di un anziano non autosufficiente, vedono la qualità della loro vita e il livello del loro reddito precipitare verso il basso, spesso in modo insostenibile.
Ecco quale Partito democratico io vorrei: un partito che lavori al buon esito del confronto sull’ammorbidimento dello "scalone", certo, ma concentri la gran parte dei suoi sforzi di elaborazione e di iniziativa sugli odierni fattori fondamentali di disagio e di disuguaglianza, proprio a partire dalle principali vittime del mancato adeguamento dello Stato Sociale alla nuova realtà della società e dell’economia: bambini poveri nei primi anni di vita e persone molto anziane non autosufficienti.
Il Partito democratico che vorrei deve darsi, a questo proposito, obiettivi anche quantitativamente verificabili, in un orizzonte di medio-lungo periodo. Noi sappiamo che questa mattina, in Italia, nello stesso ambito territoriale, sono nati due bambini: uno è figlio di genitori entrambi laureati, l’altro è figlio di genitori con diploma di scuola media inferiore. Il primo ha sette volte le probabilità del secondo di laurearsi: un abisso di dispari opportunità, una immobilità sociale che è causa non ultima dello scarso dinamismo economico.
L’insieme degli obiettivi per cui nasce il Partito democratico potrebbe dunque riassumersi in uno solo: noi vogliamo che, entro dieci anni, questo divario di opportunità - di vita, di successo e di felicità - si riduca del 30%, facendo ripartire quella mobilità sociale che, forte dai primi anni ‘60 fino alla metà degli anni ‘70, ha progressivamente frenato, fino ad arrestarsi del tutto.
La nostra società deve muoversi. Oggi, in una società immobile, a pagare il prezzo più alto sono i nostri ragazzi, che prima dei venticinque-trent’anni non entrano nel mondo del lavoro, e che non possono più contare su quella sequenza certa - studio, lavoro, pensione - che abbiamo conosciuto noi. E’ come se oggi la vita dei giovani italiani fosse scandita da un orologio sociale ormai sfasato, messo a punto per un tempo che non c’è più.
Perché mai oggi un ragazzo non deve poter avere le garanzie, le tutele sociali e le opportunità che esistono per i suoi coetanei inglesi? Perché non può contare su un efficace sistema di ammortizzatori sociali - quello verso il quale il governo si sta incamminando - di fronte al rischio di perdere il lavoro, di doverlo cambiare o anche solo alla voglia di farlo? Perché in questi casi non può fare affidamento su indennità di disoccupazione e su opportunità di formazione utilizzabili lungo l’intero arco della vita? E perché se vuole metter su famiglia e ha il problema della casa non deve poter contare su un vasto insieme di interventi che vanno dal rilancio dell’edilizia popolare, alla sperimentazione di un nuovo housing sociale, alla messa in campo di strumenti finanziari che sblocchino il mercato degli affitti o di interventi che rendano disponibili con meccanismi di mercato le tantissime abitazioni oggi vuote?
Mi ripeto, so di farlo: la lotta alla precarietà è la grande frontiera che il Partito democratico ha davanti a sé. Non si vince questa lotta senza riscrivere un patto generazionale tra gli italiani. Senza spostare le ingenti risorse oggi impegnate per far fronte agli squilibri del sistema pensionistico verso i giovani e la loro inclusione.
Il sindacato, che nel corso della nostra storia ha più di una volta saputo difendere i diritti e gli interessi dei lavoratori assumendosi con coraggio responsabilità generali, sta dimostrando, deve dimostrare, di poter essere protagonista della scrittura di questo nuovo patto. Il Governo, che ha saputo praticare nuovamente quel metodo della concertazione che nel recente passato ha permesso all’Italia di raggiungere traguardi che a prima vista sembravano impossibili, ha iniziato a scriverne pagine importanti. Come quella che finalmente, in queste ore, sta portando ad un aumento delle pensioni più basse.
Altri passi dovranno seguire: azioni per l’invecchiamento attivo, perché gli anziani esprimono tante energie non solo per le loro famiglie, ma anche per la collettività; flessibilità di uscita e part-time in uscita, perché deve essere garantita ai lavoratori una vera libertà di scelta; maggiore sicurezza sul lavoro, perché su questo ogni giorno c’è un terribile bollettino che nega la civiltà del nostro Paese.
C’è poi un capitolo, del patto fra le generazioni, che dobbiamo avere il coraggio di non dimenticare. A carico di noi tutti, ormai da vent’anni, pesa un ingente debito pubblico, conseguenza dei conflitti sociali degli anni ‘70 e dell’irresponsabilità degli anni ‘80. Anche questo, rischiamo di trasferire alle generazioni più giovani e ai nostri figli.
Con l’ingresso nell’euro abbiamo fatto il primo grande passo per permettere al Paese di andare oltre, di proiettarsi verso il futuro. Ma dobbiamo oggi progettare il passo ulteriore. Come spiegheremmo, in caso contrario, una simile inadempienza ai nostri figli?
Una politica finanziaria rigorosa, quindi, non è figlia dell’ideologia, ma della necessità. La necessità di generare risorse per abbattere gradualmente il debito pubblico.
Il cammino del risanamento delle pubbliche finanze è ricominciato, grazie agli sforzi del Governo Prodi. Il deficit pubblico, che aveva raggiunto il 4,4% del Pil nel 2005 scenderà al 2,3% nel 2007. Il positivo ciclo economico ha aiutato l’azione del Governo, e dobbiamo fare ogni sforzo per far funzionare ancora per alcuni anni il circolo virtuoso fra crescita e risanamento. Ogni frutto aggiuntivo che il meccanismo potrà generare dovrà poi equamente essere utilizzato per la riduzione della pressione fiscale e per il sostegno alle nuove politiche del patto intergenerazionale.
La pressione fiscale. So che l’artigiano, il commerciante, il piccolo imprenditore quando è leale col fisco - e lo sono i più - paga molto, troppo. So che trova insopportabili i costi che deve affrontare per rispondere ai mille adempimenti burocratici che sono la premessa del pagamento delle tasse. So che, ad esasperarlo, è la distanza tra ciò che paga e ciò che riceve in cambio, in termini di infrastrutture, di efficienza della Pubblica Amministrazione, di buon funzionamento del servizio giustizia e sicurezza. E so infine che questo imprenditore si trova spesso di fronte ad un’Amministrazione Finanziaria che chiede a lui puntualità e precisione per ogni adempimento, ma è tutto meno che puntuale e precisa quando deve ridare al contribuente quei crediti che - specie nel caso dell’Iva - si fanno invece attendere per anni.
Non è con gli odi di classe che si sconfigge l’evasione. E’, al contrario, attraverso il convincimento e l’adesione ad un comune progetto per la società. E’ attraverso la semplificazione del sistema tributario e dei suoi adempimenti. E’ con la trasformazione dell’amministrazione fiscale in soggetto che offre un servizio ai cittadini e alle imprese utilizzando condizioni il più possibile amichevoli e poco invadenti.
Da questa consapevolezza, faccio derivare un impegno preciso: io penso ad un Partito democratico che in tema di lotta all’evasione fiscale bandisca dalla sua cultura politica ogni pregiudizio classista, considerando altrettanto esecrabili quell’imprenditore che evade, quel pubblico dipendente che percepisce lo stipendio e non fa quello che dovrebbe e chi offre lavoro in nero.
E poi, penso ad un Partito democratico che lavori duramente alla riqualificazione della spesa pubblica: ogni anno, ci si scatena in una lotta durissima per limare ai margini i capitoli di spesa, in più o in meno, senza mai gettare lo sguardo sulla parte più consistente della spesa, quella che si ripete ogni anno, senza che ci si chieda se serve davvero a qualcosa. Le pubbliche amministrazioni devono invece giustificare l’utilità di tutte le somme che richiedono, non solo di quelle aggiuntive: giustificare fin dal primo euro ogni richiesta di stanziamento, valutare fino all’ultimo euro come sono stati utilizzati i soldi dei contribuenti.
Qui c’è il nodo cruciale delle infrastrutture: hai un bell’innalzare la produttività del lavoro in azienda, hai un bel curare l’innovazione costante del prodotto e del processo, quando poi il tuo competitore straniero ti batte perché la sua merce viaggia verso i mercati ad una velocità tripla, o quadrupla, rispetto alla tua. O quando il tuo competitore tedesco, per ricavare quel che si può dal fallimento di un suo creditore, in sede giudiziaria, deve aspettare meno della metà del tempo che devi aspettare tu, qui in Italia.
Non è solo questione di soldi. Per il servizio giustizia, in rapporto al Pil, spendiamo come gli altri partners europei. Ma otteniamo tanto di meno.
E per le infrastrutture materiali, almeno al Nord, i soldi si potrebbero trovare sul mercato finanziario. È questione di riforme non fatte. Nella Legge Finanziaria per il 2007, ad esempio, c’è un primo segnale, a proposito di infrastrutture: l’intesa Governo centrale-Regione Lombardia, che attribuisce il potere di decidere per le concessioni stradali e autostradali a una società creata dalla Regione e dall’Anas. Un primo passo verso un vero federalismo in campo infrastrutturale. Un’esperienza che può essere estesa ad altre Regioni, così creando le condizioni per responsabilizzare cittadini e istituzioni, aggredire i diritti di veto, chiamare i capitali privati a concorrere a migliorare la dotazione infrastrutturale del Paese, con uno schema che preveda una quota di risorse pubbliche superiore per il Mezzogiorno.
Tutto bene, si dirà. Ma la pressione fiscale complessiva, secondo il Partito democratico, deve diminuire o no?
Se la domanda venisse posta solo da quelli che hanno promesso di "abolire l’Irap" e di ridurre la pressione fiscale, che hanno governato per cinque anni e hanno lasciato l’Irap intatta e la pressione fiscale (somma di tutti i contributi più tutti i tributi, in rapporto al Pil) di quasi un punto più alta di quella del 2001, non varrebbe la pena di rispondere. Ma questo non ci esime dal dire con chiarezza che per troppi anni la sinistra si è accomodata nella logica del "tassa e spendi". È nostro interesse e dovere, dunque, dar conto della svolta che dobbiamo operare.
Parliamoci chiaro: con un volume globale del debito pubblico quasi doppio rispetto a quello dei nostri principali partners europei, il livello della pressione fiscale non potrà essere drasticamente ridotto, nei prossimi anni. Ripeto: hanno dovuto prenderne atto, nei cinque anni trascorsi, anche quanti avevano irresponsabilmente proposto di diminuirlo di un punto di Pil all’anno per cinque anni. È invece assolutamente realistico prevedere una consistente riduzione della pressione complessiva nei prossimi tre anni: la rende possibile proprio quella stabilizzazione della finanza pubblica che è uno dei migliori risultati di questo primo anno di governo.
Così "aggiustato" nell’immediato futuro il livello complessivo della pressione fiscale, dovremo finalmente aggredire due nodi di ben altra difficoltà: l’evasione fiscale da un lato e l’equilibrio tra le diverse forme di imposizione dall’altro.
L’evasione è il cancro che corrode il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato: se il livello della pressione fiscale italiana è ormai paragonabile a quello dei grandi paesi dell’Europa continentale, il più elevato livello di evasione ci dice che - sui contribuenti onesti e leali - siamo giunti a un carico elevatissimo, da record europeo. Il rischio è che si precipiti in un circolo vizioso: le innovazioni legislative funzionali alla lotta all’evasione mettono nuovi compiti burocratici e nuovi costi a carico dei contribuenti che già pagano; altre innovazioni legislative innalzano le aliquote o allargano le basi imponibili, mentre quelli che evadono tutto o quasi restano al riparo dalle une e dalle altre.
Mi chiedo se non si debba lavorare a un profondo ripensamento di tutto questo, per entrare in una spirale virtuosa: man mano che lo Stato abbassa le aliquote e semplifica gli adempimenti, i contribuenti accrescono il livello di fedeltà delle loro dichiarazioni, e la loro recuperata fiducia nello Stato crea quel clima di condanna sociale dell’evasione che oggi manca.
Non sto proponendo, vorrei che fosse chiaro, la flat tax, tanto cara alla destra in Europa e nel mondo. Sto parlando di un’iniziativa che - nel contesto di un sistema fiscale che obbedisce al principio costituzionale della progressività e, anzi, al fine di meglio applicarlo - rinnovi il patto fiscale che è alla base di una ben organizzata comunità.
Pagare meno, pagare tutti: in questi lunghi anni che ci stanno alle spalle, questo indirizzo è stato interpretato nel senso che solo quando tutti avranno preso a pagare tutto, secondo le aliquote elevate oggi in vigore, solo allora si potrà far pagare meno, cioè ridurre le aliquote, ottenendo un gettito pari. Mi pare di poter dire che i risultati delle diverse stagioni politiche non depongono a favore di questa strategia. Proviamo allora ad adottarne una che agisca contemporaneamente sui due tasti, attraverso un approccio graduale.
Pensiamo ad esempio alla tassazione degli affitti. Oggi, l’evasione dilaga: chi percepisce l’affitto, dovrebbe pagarci sopra le tasse con l’aliquota marginale dell’Irpef. Chi lo paga "in bianco", non detrae nulla. Proviamo a fare il contrario: aliquota del 20% sull’affitto percepito, uguale per tutti (l’aliquota più bassa dell’Irpef è il 23%) e significativa detrazione per chi lo paga, uscendo dal "nero". Nei primi anni la caduta del gettito sarebbe troppo pesante? Cominciamo allora dalle case prese in affitto dalle giovani coppie e dagli studenti universitari e poi, se funziona, estendiamo la riforma a tutti gli affitti.
Quanto alle forme dell’imposizione fiscale, non c’è dubbio che oggi esista un grave squilibrio tra pressione sulla rendita da un lato e pressione sul lavoro e sull’impresa dall’altro. Anche in questo caso, vorrei bandire ogni equivoco: un ben funzionante mercato finanziario è una delle condizioni dello sviluppo. E il mercato finanziario funziona bene se è aperto. E, per aprirsi, non può sopportare forme di prelievo fiscale sulle rendite incompatibili con quelle prevalenti nell’area economico-finanziaria e monetaria di riferimento.
Ma proprio questo è il punto: il prelievo fiscale sulla rendita è in Italia decisamente più basso di quello medio in Europa, così da provocare evidenti distorsioni. Cito quella che mi pare la più clamorosa: un manager, sulle plusvalenze delle sue stock options, paga con un’aliquota del 12,5%; un operaio che versa il suo salario in banca paga sugli interessi un’aliquota del 27%. Dobbiamo dunque operare per l’armonizzazione delle aliquote di prelievo, prendendo tutte le precauzioni, ma senza timidezze. Fra l’altro, i mercati finanziari, a fine 2006, già hanno scontato gli effetti dell’armonizzazione, in forza degli annunci fatti dall’Unione in campagna elettorale.
3) Se la nostra è la società della conoscenza, l’educazione e la formazione sono al centro di tutto. Non possiamo più trovarci costantemente agli ultimi posti tra i paesi a cosiddetto sviluppo avanzato, non è più accettabile che i diplomati tra i 25 e i 64 anni, ossia nella fascia di età dove si concentra il tasso di occupazione, siano solo il 37,5%, otto punti in meno della media Ocse. Non è possibile che i laureati in Italia siano appena il 12% della popolazione, poco più di uno ogni dieci italiani, la metà della media Ocse.
Abbiamo bisogno di un piano nazionale per la scuola e l’Università. E’ una priorità assoluta. Dobbiamo dare credito alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi. Renderli sicuri che alla fine del loro percorso formativo, sia nelle scuole secondarie che nelle Università, potranno avere accesso ad una prima esperienza di lavoro, sotto forma di stage, di master, di apprendistato tradizionale o di alto apprendistato. Dobbiamo offrire a tutte e tutti un’opportunità, con meccanismi di selezione trasparenti, che premino i più meritevoli. E valorizzare, soprattutto, il sistema dell’istruzione tecnica e professionale, per il quale il sistema delle imprese italiane esprime una domanda di circa 200 mila giovani qualificati all’anno, che spesso, e soprattutto al Nord, c’è difficoltà a reperire. Dobbiamo attrarre studenti e docenti nelle nostre università: per questo abbiamo bisogno di un sistema di campus universitari, come i tre che abbiamo in cantiere a Roma, che permettano di calmierare il mercato degli affitti e di offrire ospitalità a costi accessibili.
E poi anche nel nostro sistema formativo c’è una "questione meridionale". Vorrei citare ancora il governatore Draghi, la sua Relazione: "La bassa collocazione del nostro sistema scolastico nelle graduatorie internazionali ha una caratterizzazione territoriale che merita attenzione. Al Sud i divari nei livelli di apprendimento sono significativi già a partire dalla scuola primaria, tendono ad ampliarsi nei gradi successivi: un quindicenne su cinque nel Mezzogiorno versa in una condizione di ‘povertà di conoscenzà anticamera della povertà economica. Il ritardo si amplia se si tiene conto dei più elevati tassi di abbandono scolastico. L’esistenza di un divario territoriale così marcato mostra che il problema non sta solo nelle regole, ma anche nella loro applicazione concreta". E conclude: "Per cambiare la scuola italiana si deve muovere dalla constatazione dei circoli viziosi che la penalizzano, disincentivano gli insegnanti, tradiscono le responsabilità della scuola pubblica".
4) La sicurezza. Cominciamo con l’essere chiari: nessuno scrolli le spalle o definisca razzista un padre che si preoccupa di una figlia in un quartiere che non riconosce più. La sicurezza è un diritto fondamentale che non ha colore politico, che non è né di destra né di sinistra. Chi governa ha il dovere di fare di tutto per garantirla.
Avendo ben presente il presupposto: integrazione e legalità, multiculturalità e sicurezza, vivono insieme. Insieme stanno. Insieme cadono. Chi viene da lontano per scappare dalla fame e dalla guerra non può che essere almeno accolto da un Occidente egoista e avido. Ma per chi ruba ai cittadini quel bene prezioso che è la serenità c’è solo una risposta, ed è la severità e la fermezza con cui pretendere che rispetti la legge e che paghi il giusto prezzo quando questo non accade, quale che sia la sua nazionalità. Chi viene qui per fare male agli altri o per sfruttare donne o bambini deve essere assicurato alla giustizia, senza se e senza ma.
Dalla mia esperienza di questi anni ho imparato che la visione nazionale di un problema fondamentale come questo diventa concreta quando viene calata nella realtà del territorio. Quando la cooperazione forte tra governo e amministratori è una scelta non episodica ma strategica. Perché noi continuiamo a basarci su un modello che è sempre lo stesso da quarant’anni, mentre nel frattempo l’Italia è cambiata, sono cambiati gli insediamenti urbani e il territorio da governare è diventato più ampio ed eterogeneo, sono cambiati gli stili di vita delle persone.
Le politiche sociali, i processi di inclusione, sono importanti, lo sappiamo bene. Ma insieme, e siamo noi a poter coniugare le due esigenze, dobbiamo pensare ad un modo nuovo di assicurare e aumentare la presenza dello Stato sul territorio. C’è un problema di efficacia e c’è un problema di rassicurazione, perché ci sono i reati che tolgono la sicurezza reale e c’è la percezione dell’insicurezza. Anche questa merita risposte.
Più gente per strada, di questo c’è bisogno. Pensiamo solo a quale salto nei livelli di tutela della sicurezza delle persone e delle imprese si otterrebbe se tutto il personale che veste una divisa delle forze dell’ordine venisse liberato, tramite un processo di mobilità, dalle attività amministrative per essere impiegato a presidio del territorio, laddove i cittadini onesti - e anche i delinquenti - possano "sentirne" la presenza fisica.
Insomma, una nuova Italia richiede un cambiamento profondo, in molti casi radicale.
Il Partito democratico, la sua stessa nascita, può contribuire ad accelerare, a introdurre un forte elemento di coesione politica e programmatica.
Il Partito Democratico, ognuno lo intende, serve anche a "fissare" i riformisti al principio del bipolarismo e della alternanza. Quel principio che in varie forme, e con vari modelli elettorali, vive in ogni paese europeo. Bipolarismo, in alcuni casi bipartitismo, appaiono il modo in cui, per virtù politiche e/o istituzionali, si succedono al governo forze diverse, in un clima di stabilità e di rappresentanza non frammentata.
Le elezioni legislative francesi sono state un modello di funzionamento istituzionale perfetto: i cittadini hanno scelto con il loro voto e hanno selezionato, in due turni, un Parlamento compatto in un contesto democratico equilibrato. E così per le presidenziali: chi ha perduto ha riconosciuto pochi minuti dopo le prime proiezioni il successo del vincitore. Il Presidente eletto ha invitato all’Eliseo il contendente per discutere i lineamenti della posizione che la Francia avrebbe portato al Consiglio europeo. Tra cinque anni i cittadini misureranno se gli impegni presi dalla maggioranza e dall’opposizione sono stati rispettati.
Vediamo, nel caso francese, due aspetti. Uno è il funzionamento della legge elettorale e dei meccanismi istituzionali. L’altro è il senso di responsabilità nazionale delle forze politiche. Da noi tutto è frammentazione. Abbiamo, in questa legislatura, ben quattordici gruppi parlamentari. I partiti di governo sono dieci, più o meno altrettante sono le formazioni politiche che stanno all’opposizione. Ci vuole davvero poco per vedere quanto la legge elettorale irresponsabilmente approvata nella scorsa legislatura abbia favorito l’ingovernabilità del Paese.
Non è possibile, voglio dirlo con chiarezza, che in un sistema democratico moderno un senatore possa avere nelle mani il destino di una legislatura. Non è possibile che il suo voto possa contare più del voto di milioni di persone chiamate a scegliere chi governa.
La democrazia invece è proprio questo: "decisione". E’ ascolto, è condivisione. Ma alla fine, è decisione.
Un governo che abbia i poteri per essere tale, un Parlamento che controlli severamente e indirizzi l’azione dell’esecutivo, ma che non pretenda di essere, esso stesso, governo assembleare.
Nei Comuni e nelle Regioni c’è stata, in questi anni, stabilità. E c’è stato cambiamento. I Sindaci rispondono ai cittadini e non, come era un tempo, alle correnti dei partiti. E i poteri locali sono divenuti un motore prepotente dello sviluppo italiano e dell’incremento del Pil. Con una costante crescita, specie per i Comuni, nel gradimento dei cittadini verso le istituzioni.
La legge elettorale deve essere cambiata. Si trovi un meccanismo, non bisogna guardare lontano, che garantisca quattro obiettivi: contrasto della frammentazione, stabilità di legislatura, rappresentatività del pluralismo, scelta del governo da parte dei cittadini.
La legge è urgente e necessaria. E’ una condizione della vita democratica del Paese. Solo chi non è responsabile può pensare di trascinare l’Italia verso altre elezioni, che con questo sistema produrrebbero solo altra instabilità e altro caos. Cambiare, in un confronto parlamentare serio e aperto. E se il Parlamento non riesce a farlo sarà allora il referendum a spingere, sulla base dell’abrogazione, verso la definizione di un nuovo sistema.
L’Italia ha bisogno di stabilità. Quella stabilità che è stata tanto più vicina, in quest’ultimo decennio, tanto più ci siamo incamminati lungo la strada del bipolarismo, iniziata con la riforma in senso maggioritario del vecchio sistema elettorale proporzionale. Quello, sarebbe bene ricordarlo sempre, delle crisi di governo pressoché continue e degli esecutivi non scelti dai cittadini con il loro voto, ma formati dopo lunghe e a volte non troppo chiare trattative che duravano settimane, se non mesi.
La possibilità della scelta: questo è il principio da affermare e da far vivere. Questa è la chiave da consegnare all’Italia.
Agli italiani, che devono poter scegliere in modo lineare, pieno e consapevole chi dovrà governarli per cinque anni. A chi governa, che deve avere gli strumenti necessari per guidare il Paese, per attuare il programma con il quale è stato eletto, per decidere.
Questa è la forza della democrazia, di una "democrazia che decide". Delega e responsabilità. Equilibrio tra potere di decisione e potere di controllo. Con lo scettro affidato a coloro ai quali spetta in democrazia: i cittadini, il popolo che vota e che dopo cinque anni approverà o boccerà l’operato di chi li ha governati.
Ma la crisi del nostro sistema democratico, più volte richiamata dal Presidente Napolitano con l’amore per le istituzioni e il Paese che tutti gli riconoscono, non è solo legata alla legge elettorale.
E’ il sistema istituzionale, che in molti aspetti, deve cambiare. E’ ormai matura, sulla spinta della sollecitazione dell’opinione pubblica e della consapevolezza degli stessi gruppi parlamentari, una profonda riforma della politica.
Perché se i parlamentari eletti direttamente sono 577 in Francia, 646 in Gran Bretagna, 614 in Germania e 435 negli Stati Uniti, in Italia ci devono essere mille tra deputati e senatori? Perché una legge deve passare, per essere approvata, una o due volte in due rami del Parlamento? Perché il governo non può vedere approvate o respinte le sue proposte di legge in un tempo certo? Perché il Presidente del Consiglio non ha il diritto di proporre lui al Presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri? Perché non ridurre, a tutti i livelli, la numerosità di tutti gli organismi elettivi? Perché, una volta sviluppato tutto il necessario confronto nelle Commissioni, non approvare la legge finanziaria senza lo stillicidio degli emendamenti in Aula?
Il Parlamento sta andando in questa direzione. Ma bisogna fare presto. La risposta alle domande retoriche che ho posto è una sola, purtroppo. Perché molti, in questo Paese, vogliono una democrazia debole, poteri istituzionali fragili, una politica al tempo stesso flebile e invadente.
Non possono passare anni per una decisione. Non possono essere decine di organismi a dare pareri, mettere veti, condizionare scelte. Non ci possono essere decine di istituzioni da cui un cittadino, un imprenditore o un amministratore deve passare prima di vedere realizzato un progetto.
L’Italia è diventata il Paese in cui tutti, a tutti i livelli, hanno il diritto di mettere veti e nessuno ha il diritto di decidere.
Più è lunga e sfilacciata la filiera delle decisioni, più si fa strada il fenomeno, che temo riemergere, della corruzione. Uno Stato semplice, non barocco, è uno Stato moderno. Quello che la storia e la pratica ci consegnano è invece una eredità confusa e vecchia. Se di fronte ad ogni problema urgente gli amministratori e i cittadini sono costretti a chiedere poteri straordinari, è perché evidentemente quelli ordinari non funzionano.
E torniamo al tema: senza poteri democratici funzionanti, è tutto il sistema che si allenta, si smaglia, apre la strada a poteri illegittimi. Un Paese può perdere la sua democrazia per "eccesso" di decisione, ma può anche perderla per "difetto" di decisione. Gli italiani vogliono che il governo che guida il Paese possa assumere su di sé decisioni e responsabilità, e che e ne risponda. E vogliono sceglierlo. Come in altre democrazie, che funzionano.
E’ così, con un’alta capacità di risposta, che si combatterà l’antipolitica. Occorre qui distinguere: un cittadino che critica sprechi e irrazionalità, che chiede alla politica sobrietà e rigore, non coltiva l’antipolitica, dice qualcosa di giusto. Come qualcosa di giusto dice chi vuole siano sempre rispettati i paletti tra sfera della politica e autonomia della società. Chi invece indica qualunquisticamente la politica come il nemico, chi soffia demagogicamente sul fuoco dell’insoddisfazione, ha il dovere di dire cosa si dovrebbe sostituire alla politica e alle istituzioni.
E lasciatemi dire: fa sorridere amaramente che chi ha governato l’Italia per complessivi sei anni cavalchi l’antipolitica con toni populistici quasi fosse un passante qualsiasi, facendo finta di non esserci mai stato.
Io credo nella insostituibilità della politica come strumento di regolazione, come capacità di evitare che una società smarrisca il senso di sé e rifluisca in ogni possibile forma di particolarismo. Ma la politica, per far questo, deve sapere mostrare il suo volto migliore. Bisogna stare meno nei talk-show televisivi, non pensare di avere ogni giorno una cosa speciale da dire. Bisogna che le leadership politiche si misurino con la vita reale dei cittadini. Bisogna che il potere sia sobrio, che rinunci più che chiedere, che non si faccia corpo separato, lontano. Penso al senso dello Stato e all’impegno civile di uomini come Massimo D’Antona e come Marco Biagi, solo e senza scorta.
Penso che spetterà al Partito democratico presentare in Parlamento una organica legge per la riforma degli istituti della politica. Una legge per la politica. Per favorire il carattere necessariamente lieve e ambizioso che la politica moderna deve assumere.
Una politica che sappia condividere: la vita dei cittadini, la quotidianità di persone che iniziano la loro giornata senza leggere gli editoriali dei giornali né domandandosi a quale dei vecchi partiti italiani si sentono legati.
No, non fanno e non si chiedono questo, l’anziana che fatica a pagare l’ultima bolletta del mese con quello che resta della sua pensione, l’operaio che deve mettere insieme un lavoro che non lo soddisfa e il dovere di mandare avanti una famiglia, l’imprenditore che sbatte la testa contro la burocrazia o l’artigiano e il commerciante che ha il dovere di pagare le tasse ma ha anche il diritto di avere uno Stato che gli renda più semplice la vita e lo consideri non un peso ma una risorsa.
Una politica sincera, pragmatica, ancorata ai suoi valori, non ideologica. E che contribuisca a voltare pagina in Italia.
La politica è, e deve essere, contrapposizione aperta, netta e trasparente tra programmi e soluzioni diverse. Ma c’è un confine di sobrietà e di rispetto dei problemi reali delle persone che non può consentire di proseguire oltre su una strada sbagliata.
Sbagliato è che ogni nuovo governo si senta in diritto di smantellare sempre e comunque tutte le leggi varate dal governo precedente e in particolare le regole più importanti, quelle da cui dipende il funzionamento e lo sviluppo del Paese. Non è possibile che tutto ciò che è stato fatto da chi c’era prima di te, se era dello schieramento avverso, sia sempre sbagliato. E con questo voglio dire, per essere chiaro, che una cosa sono le leggi "ad personam", che vanno cancellate, e una cosa è ad esempio una legge come quella sul risparmio, che non è stata negativa.
Basta. Dobbiamo farla finita con lo scontro feroce e con i veleni, con le polemiche che diventano insulto. Il Paese di tutto questo è stanco, non ne può più. E da tempo non perde occasione per dirlo. Per dire che non vuole una politica avvolta dall’odio, dove l’altro è un nemico, dove i problemi reali finiscono in un angolo o vengono affrontati con soluzioni temporanee.
Voltiamo pagina. Gettiamoci alle spalle un modo di intendere i rapporti tra maggioranza e opposizione che non porta a nulla. A nulla, se non a far male all’Italia.
Voltiamo pagina. La politica può essere diversa. Non c’è niente, tranne la nostra volontà, che impedisca la costruzione di un modo di intendere i rapporti basato sulla civiltà, sul riconoscersi reciprocamente.
Voltiamo pagina. Facciamo in modo, per la prima volta da quindici anni, che non si formino più schieramenti "contro" qualcuno, ma schieramenti "per" affrontare le grandi sfide dell’Italia moderna.
Sei anni come Sindaco di Roma mi hanno convinto, e credo di poter dire abbiano convinto soprattutto i cittadini romani, al di là delle naturali e legittime convinzioni di ognuno, che è possibile confrontarsi in modo civile e trasparente senza che nulla venga tolto alle rispettive idee. Avendo come unico ed esclusivo interesse il bene della propria comunità, la qualità della vita delle persone.
Il Partito democratico che immagino e che spero si rivolge a tutti gli italiani.
Una nazione unita. Un solo popolo. Una sola comunità.
Non c’è un "noi" e non ci sono "gli altri", quando si parla degli italiani.
No, non può essere. La risposta è nella sintesi. Nel punto di equilibrio, che è dovere della politica e delle istituzioni cercare, tra il valore pubblico delle scelte religiose delle persone e la laicità dello Stato. A nessun cittadino che abbia fede, quale essa sia, si chiederà di lasciare fuori dalla porta della politica il proprio percorso spirituale e i propri valori. Anche i non credenti devono rispettare e tener di conto le opinioni di chi, mosso dalla fede, può portare alimento alla vita pubblica. Al tempo stesso, ognuno è tenuto a rispettare quel che la nostra Costituzione afferma e salvaguarda: la laicità dello Stato Repubblicano.
La politica, come è stato giustamente detto, dipende dalla nostra capacità di persuaderci vicendevolmente della validità di obiettivi comuni sulla base di una realtà comune. E’ qualcosa che vale in particolare per temi come questi, come la tutela della famiglia, come la difesa dei diritti civili di ognuno. A guidarci c’è una Costituzione che indica principi comuni a tutti noi. A guidarci deve essere quel senso della misura, e dell’amore per la coesione della propria comunità, che deve spingere a cercare sempre un punto di incontro virtuoso che non mortifichi i convincimenti degli uni o degli altri.
Il Partito democratico deve avere in sé un’ambizione, al tempo stesso, non autosufficiente ma maggioritaria. Deve sapere che il suo messaggio di innovazione e di comunità può motivare il suo campo e conquistare consensi anche diversi. L’elettorato è razionale, mobile, orientato a scegliere la migliore proposta programmatica e la migliore visione.
Il partito che immagino è un luogo aperto. Aperto, in primo luogo, ai giovani. Il gruppo dirigente dovrà essere composto, a tutti i livelli, dai nuovi ragazzi che nei partiti come nella società hanno voglia di spendersi per il loro futuro e per quello del Paese.
Aperto a livello regionale, dove insieme a coloro che vengono da storie e da appartenenze di partito dovranno partecipare, contare e decidere, associazioni, gruppi, comitati e singoli cittadini. Così daremo vita ad un partito federale, dove il principio dell’autonomia guiderà le scelte riguardanti le persone che vivono e lavorano in quel determinato territorio.
E credo debbano nascere liste che non siano mai espressione dei singoli partiti che hanno accettato la sfida. E’ giusto così. Ed è il modo per accendere nei cittadini la voglia di partecipare al voto del 14 ottobre. Che siano in tanti, in tantissimi, a sentirsi chiamati in causa, ad essere protagonisti già da quel momento della costruzione del Partito democratico e della scelta del suo leader.
Insomma, ognuno di noi entra nel Partito democratico con la propria storia e la propria identità, nessuno può chiedere a nessun altro di rinunciarvi. Anche sul tema dell’appartenenza internazionale, diciamoci la verità: ciò di cui non solo noi, ma l’Europa ha bisogno, è un nuovo campo, che racchiuda dentro di sé la straordinaria esperienza del socialismo e la molteplicità delle culture democratiche e dell’innovazione che esistono in tanta parte del mondo. Non credo si possa pensare ad una grande organizzazione mondiale delle forze di progresso che non racchiuda dentro di sé i democratici americani o il Partito del Congresso indiano e tante nuove forze che in Africa, in Asia e in Europa nascono dalle sfide del nuovo millennio. Rimango dell’idea che ho sostenuto in questi anni: una grande casa dei democratici e dei socialisti.
Continuo a sperare che ad un partito così, con questi tratti, con questa connotazione, possano guardare in modo diverso anche molti tra coloro che fin qui sono stati, nei suoi confronti, scettici o critici. E non posso, personalmente, fare a meno di pensare in particolare a tanti con i quali ho condiviso una lunga storia, momenti importanti di vita non solo politica, e che a Firenze hanno deciso di prendere un’altra strada. E con i quali spero si possa riprendere un dialogo e un confronto. Come spero si possa fare con quelle culture del riformismo socialista che vogliono andare oltre un’ambizione che rischia di essere nobilmente identitaria.
"Pensando e ripensando - è stato detto - non trovo altro fondamento della democrazia che questo: il rispetto di sé. La democrazia è l’unica forma di reggimento politico che rispetta la mia dignità, mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia vita pubblica. Tutti gli altri reggimenti non mi prestano questo riconoscimento, mi considerano indegno di autonomia fuori della cerchia delle mie relazioni puramente private e familiari. La democrazia è, tra tutti, l’unico regime che si basa sulla mia dignità in questa sfera più ampia… Essere democratici vuol dire assumere nella propria condotta la democrazia come ideale, come virtù da onorare e tradurre in pratica".
Torino, prima Capitale d’Italia, a quasi centocinquant’anni di distanza è un richiamo alla nostra unità nazionale, all’unità del Paese. Le cose migliori di Torino hanno avuto un significato per il Paese, sono diventate valori nazionali, spesso elementi concreti costituenti della storia d’Italia. Ecco perché Torino è il Nord che non si vuole mai contrapporre allo Stato.
Non sono state ancora precisate le regole della elezione della Assemblea Costituente, né quelle per il segretario. Quando ciò sarà stato definito si potrà formalizzare o meno una candidatura. Se ce ne sarà più d’una potrà essere un bene. L’importante è che siano espressione di piattaforme politiche chiaramente diverse. Altrimenti apparterrebbero, come logica, ad un tempo che tutti vogliamo superare.
E’ per me un onore grande e una grande responsabilità. Il mio programma di vita è un altro e so che ci sono dei luoghi del mondo e del mio cuore nei quali dovrò tornare, che mi chiamano. Ma non ho mai pensato che la vita e la politica fossero un territorio per vedere esclusivamente realizzate le proprie ambizioni e i propri disegni. La politica non è una passeggiata solitaria nella quale puoi scegliere i percorsi e le soste che più ti piacciono. E’ un meraviglioso viaggio collettivo. Vorrei che lo facessimo per una volta in allegria, con la serenità che in questa casa più grande, con amici nuovi, tutti possiamo essere diversi.
Si è scelto un metodo, quello dell’elezione diretta, certamente sapendo che cosa esso postula come modello di vita interna. Io avevo e mantengo molte perplessità ma così è. Una leadership forte deve esercitare tutte le prerogative, nessuna esclusa, e deve saperlo fare ascoltando e condividendo. Il partito dispone già oggi di tante personalità e altre ancora ne verranno, altre ne conosceremo. Le opinioni di tutti saranno importanti.
Il Partito democratico al quale pensiamo, voglio dirlo ancora una volta, è uno strumento per i nuovi italiani.
E se qualcuno dice che c’è chi vuole "rendere uguali il figlio del professionista e il figlio dell’operaio", noi rispondiamo sì: vogliamo che siano uguali. Uguali non nel punto di arrivo. Ma in quello di partenza. Vogliamo che il figlio dell’operaio abbia tutte le opportunità cui ha diritto. Vogliamo che siano le sue capacità, i suoi sacrifici, la sua intelligenza a dire dove arriverà, e non che il suo posto nella società di domani sia stabilito a priori dal salario che suo padre porta a casa dopo una giornata passata davanti a una pressa. Vogliamo che il figlio del professionista non debba trovare più comodo o più realistico seguire il sentiero già tracciato, che possa scommettere su se stesso e seguire ciò che lo affascina, e diventare un ricercatore, uno scienziato, se è questo che desidera.
Una società chiusa, rigida, burocratica, provoca e alimenta rabbia e frustrazione. Non è questa la via giusta. Dobbiamo decidere che Paese essere. Il Paese dell’egoismo sociale e del corporativismo, dell’incattivimento populista e dell’odio. Oppure un Paese che pensa positivo, volta pagina, guarda al futuro.
Eccoli, i nuovi italiani. Sono così. Sono i nostri figli, sono i nostri nipoti. A loro abbiamo il dovere di consegnare un’Italia unita, moderna, giusta".


Tutto questo discorso per dimostrarci di essere un ennesimo personaggio penoso della sinistra che non c’è! Un personaggio, si dice in giro “nuovo” che, fa, dei discorsi vecchi e risentini centinaia di volte. La solita predica: bisogna fare questo per i pensionati, bisogna fare questo per i giovani e urge sistemare il bilancio di qui e il bilancio di là … ma vada via i ciap!
Comment by triio — 06/27/2007 #
WELTER… quel tuo “NON CARISMA” e’ tanto rilassante… tu sei quello che ci vuole x L’Italia cinica, debosciata e incarognita di questi ultimi 10 anni ..:d
Comment by Speaker C. — 06/27/2007 #
Io di centro-sinistra…Vera….
Non mi rappresenta…E’ UN PARACULO…
CHE TRISTEZZA….hanno raschiato il fondo….
:-?
Comment by Morgana — 06/28/2007 #
A me il discorso nel suo insieme non é dispiaciuto. Tenuto conto che un discorso può solo “direâ€, e non gli si può chiedere di “fareâ€.
Non ha pregio l’obiezione: già sentita! Perché allora non dovrenmmo più né dirci, né ascoltare niente.
Uolter i discorsi li sa fare, che poi sappia fare anche il resto é da dimostrare, ma qui stiamo a parlare del discorso.
Ha toccato temi che, per un verso o per l’altro, interessano tutti. E li ha toccati, secondo me, in modo convincente. Tenuto conto di quanto sia più difficile parlare in positivo che dire: é tutto sbagliato é tutto da rifare.
Salvo qualche punto, ad esempio quello della laicità , per il quale s’é limitato ad auspicare non la contrapposizione ma la sintesi. Ma che doveva dire? non gli si poteva certo chiedere di aprire le ostilità col Vaticano nel discorso inaugurale. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte. Si a Pezzotta e si ai DICO. Non mi é piaciuta molto neppure la volontà dichiarata di tenere tutti insieme appassionatamente, ma anche qui, che si può pretendere? Che dichiarasse guerra alle PMI?
Ma il marchio di fabbrica, la veltronata, la melassa che ha portato alle stelle il tasso glicemico del discorso, ce l’ha messa alla fine. La lettera edificante della quindicenne morta (manca nell’estratto riportato da Sir, viene prima delle due righe di chiusa), quella se la poteva e ce la poteva risparmiare.
Comment by alce — 06/28/2007 #
Veltroni unisce a tutti i difetti dei comunisti tutti i difetti del peggiore berlusconi…
E’ senza idee, è uno smidollato senza carattere che segue le mode…
E poi per lui parlano i fatti: è stato un sindaco mediocre, un seguace del “panem et circentes”, roma cade a pezzi, i servizi vanno male, sporco dappertutto, le strade piene di buchi e quegli stronzi dei writers scrivono su ogni muro impunemente… ma tutti ne parlano bene perchè fa i grandi eventi, i concerti, le notti bianche e le feste del cinema…
Unico merito non è uno stupido, di questo bisogna dargliene atto…
Comment by Faso — 06/28/2007 #
Ho ascoltato il discorso di Veltroni e devo dire che mi è sembrato di una banalità disarmante! Mancava solo che dicesse “se piove mi bagno” e forse qualcuno in platea avrebbe pure appaludito!
Insomma la solita veltronata già vista, sentita e letta..
Quello che mi domando è che siamo alle solite, belle parole e frasi ad effetto, ma assolutamente irrealizzabili, perchè questi uomini sono gli stessi che non hanno fatto nulla in questi ultimi 15 anni.
La platea era occupata, nelle prime fila, dai soliti volti e dalla solita nomenclatura, ex PCI, ex DC e ex qualcosaltro), la vera novità avrebbe dovuto essere una prima fila vuota!
Eppoi siamo sicuri che il PD sarà in grado di raccogliere anche elettori moderati e delusi dal centrodestra? Come hanno fatto Blair e Zapatero con politiche attente ma moderne e senza la solita manfrina dell’incontro con le parti sociali e dei vari veti di Epifani e compagnia.
Ho paura che ci aspetterà il solito minuetto, la solita composizione degli interessi e le solite litigate per la divisione delle quote di rappresentanza di questo o quel partito.
Forse l’unico vero aspetto positivo di questa discesa in campo di Veltroni e che dia una sveglia al centrodestra ormai bloccato e obnubilato da Prodi. Il rischio è che la scomparsa di Prodi possa coincidere con la scomparsa della CDL.
Comment by Coldax — 06/28/2007 #
Ops un abbaglio! Se rimane questa CDL meglio che scompaia insieme a Prodi! Intendevo la creazione di un vero polo di destra liberale in contrapposzione con il PD.
Comment by Coldax — 06/28/2007 #
@Coldax
Io non ricordo un solo discorso, di un qualsiasi politico italiano, nel corso degli ultimi vent’anni, cui non si possa appioppare tranquillamente l’etichetta di banale. Volendo.
Tutto sta ad intendersi su cosa deve, dovrebbe, contenere un discorso politico.
Un discorso politico, stringi stringi, si riduce all’enumerazione di una serie di problemi cui l’oratore promette soluzione. Se promette pane farà felici i poveri, se promette brioches lo farà per ottenere il voto delle marieantoniette.
Nel discorso di Uolter io ci trovo delle cose che mi interessano (esempio: il figlio di un operaio e quello di un professionista devono partire alla pari). Sarà pure banale, saranno pure soltanto belle parole, ma che vuoi che ti dica, Coldax, io, tra chi mi propone la soluzione di quel tipo di problema (che c’é ancora, oh yes!), e quell’altro che mi vuole salvare a tutti i costi dal comunismo, non ho dubbi su chi scegliere.
Comment by alce — 06/28/2007 #
Ho riletto il discorso di Veltroni. Ammetto che ero piuttosto prevenuto nell’ascoltarlo in diretta.Ho fatto bene a rileggerlo, perchè, libero dai condizionamenti mediatici che da giorni preparavano l’evento, sono riuscito, penso, a coglierne l’originalità e la “concretezza” politica (per quanto possibile in un discorso programmatico). Si può dissentire su tutto o su alcune parti di esso, ma certo bollarlo di “banalità ” già sentite, assolutamente no. Rompe con la vetusta tradizione di sinistra, sfonda la stessa concezione della politica immobilista che ci ha portato a quest’Italia. Niente del veltronismo che temevo, ma risposte concrete e tecniche a problemi attuali, molti dei quali la politica di destra come di sinistra snobba per ottusità o incapacità . Un discorso che fa sobbalzare la sinistra, ma che costringe da oggi anche la destra a ripensarsi e a rivedere la propria realtà schiacciata su una visione personalistica ormai in declino.E’ vero, quello che manca alla politica italiana è la visione del futuro cui si evita sistematicamente di guardare e addirittura pensare. Veltroni ha presentato un altro modo di fare politica su cui non si può non concordare. Da qui forse l’impressione del “già sentito”, mentre in realtà si tratta di “quel che avremmo voluto sentire” da tempo, ma nessun politico ha mai osato dire.
Spero che il PD raccolga la sfida e altri candidati presentino altre idee e proposte di programma su cui iniziare un confronto dialettico, sconosciuto e impraticato da tempo nell’attuale panorama parlamentare.
Comment by ser — 06/28/2007 #
Allora tolgo la parola banalità (anche se leggendo il suo libro e sentendo i vecchi discorsi non mi convinco del contrario!) e ci mette quella del cerchiobottismo!
Il problema di fondo è quella dell’impossibilità di mettere in pratica ciò che è stato detto! Sulle discariche, TAV e simili cosa farà , dirà una cosa alla popolazione che manifesta contrarietà e una a Bruxelles? No!
Eppoi la novità dov’è? Gli uomini nuovi dove sono?
Vorrei che esistesse la possibilità di scegliere tra un PD, scevro da ogni legame con i vecchi arnesi del PCI e DC, e un Partito Moderato autenticamenti liberali (non solo a parole)e con volontà governative chiare!
Il problema è che noi dobbiamo sorbirci queste convention, Veltroni Day o berlusconate varie dove l’illusione regna sovrana ma la sostanza delle cose non cambia!
Comment by Coldax — 06/28/2007 #
” La battaglia da sostenere, diceva Olof Palme, “non è contro la ricchezza, è contro la povertà ”.
Giusto.
Lo diceva un socialista tra i fondatori del PSE da cui i Ds stanno, tristemente, uscendo per andare a collocarsi nel nulla insieme a Rutelli e De Mita.
Lo diceva un presidente del consiglio svedese che è stato ucciso, da mani oscure e potenti, all’uscita della metropolitana mentre si apprestava ad andare a teatro con la moglie.
Senza scorta, senza macchina di stato, senza codazzo di questuanti.
Vorrei assistere alle riunioni del direttorio che sta traghettando i due partiti pre-sciolti verso il Partito Democratico per vedere se c’è ne uno che possa assomigliare a questo ritratto di serietà e sobrietà personale.
Dubito molto.
Se me lo consentite.
A copiare i temi della destra poco a poco si assumono anche i vizi insiti nella gestione spregiudicata del potere politico.
E non bastano le grida manzoniane per cambiare direzione.
Se ci vorranno 100 firme per presentare una lista a livello di collegio (vorrei ricordare che gli stessi ne chiedevano 250 per partecipare alle primarie per i candidato sindaco a Como) e poi le liste sono liste bloccate dove tu cittadino bue non puoi scegliere chi inviare a questa mitologica costituente del nuovo partito (e non, come diceva oggi Bordon di un partito nuovo) che cavolo perdiamo tutti il nostro tempo ?
Comment by S.Just — 06/28/2007 #
esempio: il figlio di un operaio e quello di un professionista devono partire alla pari
O fai come a Sparta, e li togli ai genitori, o non partiranno mai alla pari.
Comment by Anonymous — 06/28/2007 #
Sentite che dicono all’estero del vostro nuovo capo:
La dolce vita revisited: Rome’s new emperor
Walter Veltroni, the Mayor of Rome, is Italy’s Mr Nice, happy to welcome Hollywood stars and organise festivals. But the prospective prime minister’s mastery of spin has failed to plaster over the cracks of urban degradation.
By Peter Popham
The Independent; Published: 28 June 2007
Italy’s new emperor is being fitted with a fine new suit of clothes. For the past five years, Walter Veltroni has been a dynamic, hyperactive mayor of Rome. Yesterday he prepared himself for a leap to the highest level in Italian politics, offering himself as leader of the new Democratic Party which is predicted to become the biggest power in the land. If everything goes according to plan, he could become Italy’s next prime minister.
Yet it takes a willing suspension of disbelief; a happy surrender to the flood of hype, to see Veltroni’s years in charge of Rome as a success.
This week, with few exceptions, Italy’s media have swallowed their doubts and come out in praise of the man who may soon head Italy’s new centrist party. High-profile critics - including a prominent lawyer who six months ago lobbied to get his complaints against Veltroni into the foreign press - were suddenly unavailable. A professor at Rome’s top university who recently published a damning book on his policies refused to be interviewed. “It’s a very delicate moment,” he wailed. “There’s a campaign of denigration under way against anyone who speaks out against him.”
Ordinary Romans, however, have no such inhibitions. “Look at the state of the roads!” exclaimed a taxi driver, bouncing along the Via del Teatro di Marcello, the stunning stretch between Veltroni’s office in Michelangelo’s Campidoglio and the Campus Maximus.
Like all of the roads in central Rome, there has been no maintenance during Veltroni’s five years in charge, and the old cobbles have been hammered by the traffic into pits and folds. It was recently reported that Honda comes to Rome to test its motorcycles’ shock absorbers - there is no tougher place to do so.
“Veltroni’s always getting his picture in the paper, opening festivals, welcoming important foreigners,” the driver went on. “But what’s he ever done about the basics of life in the city?” The complaint is echoed in some of the prettiest corners of the city.
Twenty years ago, Trastevere, on the far side of the Tiber south of the Vatican, and the picturesque piazza known as Campo de’ Fiori, were quiet residential areas, beloved by Romans and a few foreigners for their tranquility and charm. Today during daylight the charm is still discernible; Campo de’ Fiori still has its morning fruit and veg market, and Trastevere’s winding lanes are untouched by time.
But five years of Veltroni have transformed their character. In the drive to boost tourism, pubs, late-night shot bars, discotheques and night clubs have sprouted. Trastevere’s lanes are lined with Africans touting counterfeit designer bags on the pavement, Chinese traders selling knick-knacks and the main piazza is host to circus performers. Package tourists pour through to eat in the increasingly mediocre trattorias, but long after they troop back to their coaches the lanes are still packed with Italian and foreign youths committed to drinking themselves into the ground. Whatever licensing restrictions the bars face are widely ignored, and the boozing goes on all night.
Campo de’ Fiori is the setting for vast nightly Bacchanalias, with police backed up at one end of the piazza looking on. Sometimes hundreds of drunks engage in games of medieval style-football, staggering after the ball in swaying, roaring throngs. Portable megaphones have become a trendy alternative to cell phones for drinkers who want to talk to their mates on the far side of the Campo. Life for the residents, packed into ancient tenements where the carousers’ screams bounce between the walls, is intolerable unless you are stone deaf. The squalor and degradation that confronts them on the streets in the morning is beyond words.
“It is unbelievable,” fumed Flaminia Borghese, president of a residents’ association in an interviewith The New York Times. “There is a total lack of control. The foreigners come here because they know they can do whatever they want. Nobody says anything.”
Four years ago Veltroni set up an Office of Urban Decorum to tackle the growing menace of graffiti in the city. The result? Rome must be the only city in the world where practically all the subway trains are entirely covered in graffiti. The ruins of ancient Rome and the masterpieces of the Renaissance have somehow been kept relatively clean, but venture a couple of kilometres beyond and nearly every building bears the stigmata of sprayed scribble.
No one, least of all the Office of Urban Decorum, does anything about it.
It’s the way the city is now. After four years of total official neglect, to deal with the problem now would take a huge effort and a great deal of money - if anybody could summon the political will.
If Walter Veltroni’s legacy in Rome is urban degradation of the starkest, most dramatic kind, on what basis is he hailed, in Turin yesterday and in the Italian media, right, left and centre, all this week, as the nation’s possible saviour?
One would have to call it the Italian version of Blairism. They call it “buonismo”, literally “good-ism”, and Veltroni was described by La Repubblica newspaper yesterday as its founder. It is defined by a contemporary Italian dictionary as “the ostentatious display of good feelings, tolerance and benevolence towards one’s adversaries”, and Veltroni is its acknowledged virtuoso.
Walter Veltroni is Italy’s Mr Nice. He has been nice to everybody, and he is now reaping the rewards. He has been polite and accommodating to the right, and this week one of Silvio Berlusconi’s most senior cronies, Fedele Confalonieri, waxed eloquent about Veltroni the “great communicator” with “an attitude of dialogue” but also “great firmness”.
A former communist who exchanged sharp words with Pope John Paul II on the subject of condoms and Aids, Veltroni subsequently endeared himself to the Vatican by the ruthless efficiency with which he prepared the city to greet the millions who turned up for the Pope’s funeral: he simply ordered the city to shut down for the duration.
His mildness and his diplomatic skillswon him the support this week of Fausto Bertinotti, the powerful head of the Rifondazione Comunista, and the Prime Minister, Romano Prodi.
He has utterly failed to do the things by which one would expect a big city mayor to be judged - but this Roman leader has done wonders with the circuses. He took an idea that was already in play, that of using the city’s unrivalled ancient settings for public events, and developed it as a way to reposition Rome on the European stage as a cultural rival to Paris, London, Berlin and Barcelona. The Colosseum has seen concerts by Paul McCartney, Simon and Garfunkel and Elton John, and his friend Bob Geldof’s Live 8 concert played in Campus Maximus.
He liberalised the opening hours and the administration of many of the city’s hidebound museums, encouraged festivals of every description, including mathematics and philosophy. He decreed that Rome should stay open all night for a Notte Bianca, a “White Night”, to the delight of the city’s shopkeepers who could not believe ex-communists came in such a business-friendly form. He oversaw the commissioning of new buildings for the city by Zaha Hadid, Santiago Calatrava and Rem Koolhaas.
The former journalist also showed an instinct for smart self-publicity every bit as sharp as Tony Blair’s. If there is an African orphan in town, Walter Veltroni will hold his hand. If there is a poignant cause to be endorsed or a road to be named, Veltroni will find the time to do it. If Woody Allen, Robert de Niro or George Clooney comes to Rome, a beaming Veltroni will be photographed at their side.
The crowning achievement of this mayor of festivals was last year’s first Roman Film Festival, which brought Sean Connery and Nicole Kidman to the city, among other glitterati. Local film-makers were furious at what they saw as the snubbing of the city’s homegrown greats in favour of the Hollywood crowd - but Veltroni’s ambition was to revive memories of Rome’s dolce vita years, when the likes of Cary Grant and Charlton Heston were making films at the city’s Cinecitta studios.
Veltroni’s achievement in Rome - analogous to Blair’s in Britain - has been to seduce the business interests of the city with booming real estate prices and ever-rising tourist numbers, while keeping the media complaisant with a steady diet of happy stories of cultural conquests and warm intentions. He has a keen sense for the public’s fancies, being sufficiently pro-American to catch the attention of the public, without ever going over the top into sycophancy or mindless adulation. He has a journalist’s instinct for stories he can safely ignore.
Despite Veltroni’s efforts, Rome is not really on a par with the great European capitals. When earlier this month the legendary fashion designer Valentino, who got his start here during the 1950s, announced that he was to show his haute couture collection in the city to mark his 50 years in the business, it was a major concession, and the first time in 17 years that he had done so. The film industry likewise is a shadow of what it once was. Rome has a vibrant art gallery scene - but no one would claim world status for the city’s artists.
Veltroni’s achievement, in short, has been in that Italian speciality known as bella figura. He has made Rome look great on television - just don’t ask harsh questions about the substance. And take care to dodge the potholes.
Comment by Faso — 06/28/2007 #
@Coldax
Se non ti piacciono le illusioni, e mi pare proprio di no, non puoi chiedere un centrodestra e un centrosinistra scevri di “vecchi arnesiâ€. Sarebbe come pretendere una classe politica proveniente dalla luna.
Che ti piaccia o meno devi scegliere tra quello che c’é, qui ed ora. Cercando di capire, tra tutte le parole, da che parte stanno i tuoi interessi, i tuoi valori, i tuoi bisogni.
O tu ti aspettavi che Uolter risolvesse il problema delle discariche e della TAV già nel suo discorso inaugurale? Perché é del suo discorso che stiamo parlando.
Comment by alce — 06/28/2007 #
@ 12 Anonymous
In termini assoluti hai ragione. Ma dal tempo dei faraoni un po’ di strada l’abbiamo fatta. E altra ce ne resta da fare.
Comment by alce — 06/28/2007 #
Non posso esimermi dal quotare il discorso che fa alce al post n° 14…
Comment by Flavio — 06/28/2007 #
@Alce, ma perchè non si può fare a meno di questi arnesi? E’ vero che Veltroni ha affermato di voler aprire a nuove persone, magari giovani, che non hanno nessun legame con le solite oligarchie di partito, e questo è un primo atto di coraggio. Ma il rischio è che la prima fila della platea sarà sempre occupata dagli stessi individui…
E’ ovvio che il discorso di ieri è un elenco di principi e che poi, una volta al Governo, si valuteranno nello specifico, ma il rischio è che il trattativismo a tutti i costi può comportare solo l’immobilismo, sia nel bene che nel male. E penso che la metodologia veltroniana possa arenarsi proprio su questo.
Guarda dopo la discussione con Lameduck riguardo lavoratori autonomi e dipendenti, il PD potrebbe essere il rappresentante di questi ultimi. Ciò è sbagliato! Se penso agli USA e ai democratici vediamo che la classe media è proprio rappresentata da questi e non certo dai repubblicani!
Quindi è bello poter decidere sulla base del programma e non per legami ideologici, quelli li ho abbandonati da anni, e valutare la bontà dell’uomo da eleggere.
Comment by Coldax — 06/28/2007 #
Ad averne di esponenti politici come Veltroni, persona seria,competente e perbene.
In un mondo politico contornato dei vari “Calderoli, Bondi, De Michelis, De Mita, Bossi, Mastella e dulcis in fundo il Cavaliere, Veltroni rappresenta quanto di meglio possa dare un uomo politico, al di la delle appartenenze politiche.
Valter for president !!!!
Comment by Antonio — 06/28/2007 #
La CLASSE MEDIA ???????????????? Secondo me, In Italia la “classe media” l’hanno conosciuta quelli nati dal 1950 al 1975… Quelli nati dopo? dovranno fare i conti con le due facce senza verniciature : “Rcchezza o Poverta’ ??? Questa sara’ L’ITALIANA REALTA’”.:-?[-o<:-?
Comment by Speaker C. — 06/28/2007 #
@ Coldax
Quando parlo di interessi, valori, bisogni, non penso alle ideologie ma alle cose concrete.
Gli interessi sono anche economici, ma non solo. Bobbio distingueva tra destra e sinistra attribuendo alla prima un maggior bisogno di libertà , alla seconda un maggior bisogno di giustizia.
Naturalmente il film non é in bianco e nero e le cose si mischiano un po’.
E tuttavia un partito non può che rappresentare una parte. Libero di riconoscertici o no. Questo non é sbagliato, anzi é il sale della democrazia.
Comment by alce — 06/28/2007 #
Vorrei sottoporre al vostro giudizio una frase (non ricordo chi l’ha detta…) che mi ha colpito molto di questi tempi:
“Di questa destra mi fa paura ciò che è, di questa sinistra ciò che non è”.
Poi ovviamente quoto alce @20…
Comment by Flavio — 06/29/2007 #
Veltroni, persona seria,competente e perbene
Esattamente in cosa sarebbe competente, Veltroni, giusto per curiosità ?
Comment by Anonymous — 06/29/2007 #
Questa mattina ho ascoltato il Sen. Salvi e ha chiaramente detto che il nuovo PD dovrà dialogare e/o governare con la nuova parte sinistra del sistema politico. Quello che mi chiedo è se sarà possibile un governo di centrosinistra liberale e moderato senza doversi appoggiare ad una sinistra troppo estrema.
E’ vero che conterà molto anche il sistema elettorale che si vorrà introdurre, in quanto se resterà quello vecchio penso che tutto il discorso di Veltroni rimarrà solo sulla carta e basta.
Quindi la valutazione è ferma ma vorrei che il nuovo PD potesse guardare avanti e non voltarsi a sinistra.
Comment by Coldax — 06/29/2007 #
è competente in politica e buona amministrazione ( vedi Roma)
Comment by Antonio — 06/29/2007 #
[...] Links utili: - Walter Veltroni su Wikipedia - L’intero discorso di Veltroni in video, dal sito dsonline.tv - La trascrizione integrale del discorso a cura del sito vivereacomo.com - Il discorso di Veltroni, video di passaggi fondamentali da corriere.it - Alcune reazioni politiche al discorso, tra cui quella di Berlusconi, da corriere.it - Per conoscere le impressioni di chi il discorso lo ha sentito di persona, vi rimando al blog di Suzukimaruti, che ha scritto un bellissimo post [...]
Pingback by compos mentis» Blog Archive » Uolter e il PD — 07/1/2007 #
Per fare enormi ronfoni ascolta un minuto Walter Veltroni
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Tre cose da vomito assoluto di Silvio Berlusconi ( e sua massonazimafiosa gang), delle ultime settimane:
a)“Tg3 ( l’unica tv non ancora a 90 gradi di fronte a lui) parla troppo, ( inteso come parla croppo aaaaaa) presto li tutto dovra’ cambiare”.
Cosa, detta, niente meno che da Marcello Dell’Utri, anzi, Marcello “macello” Dell’Utri. “Macello”, come gia’, per il suo VEEERO capo di sempre, ossia il piu’ grande trafficante di droga, al mondo, di tutti i tempi, il mafiosissimo, Stefano Bontade: why macello? Perche’ a lui il Marcello “macello” Dell’Utri, sempre chiedeva di far ammazzare, alcuni, cosidetti “scomodi”, a destra, e (specialmente), “ a sinistra” nei 70s. Marcello macello Dell’Utri, che fece sparare a morte, come “ringraziamento”, di tutto cio’, al Bontade stesso, su ordine di Silvio Berlusconi, affinche’ i due incamerassero un mare di soldi il Bontade diede loro da riciclare in Ma..f..ininvest. Marcello “macello” Dell’Utr,i ossia un massone quasi satanista, crudelissimo, che si finge dell’Opus Dei ( come dettoci personamente da un referente importante di questo carisma notissimo Cristiano), un affiliato mafioso, e in maniera ufficialissima, alla famiglia sanguinariissima dei Malaspina di Palermo.
b)“Basta dire cose negative, da ora in poi sempre allegria, solo ed esclusivamente ottimismo, sempre e solo far sapere notizie positive”. Come imposto, da ora in poi, dal mafioso e nazifascista Silvio Berlusconi stesso.
Siamo ormai a delle vere e proprie Pravde neoHitleriane, al pensiero unico fascistissimo, anzi, fascismodernissimo. D’altronde, da sempre, tutti i regimi dittatoriali, fan scrivere sui muri, o dire in tv “ tutto bene, avanti cosi’, siamo i primi in tutto” e balle putrefatte, simili. Lo faceva Pol Pot, prima ancora Pinochet, prima ancora Hitler, prima ancora Mussolini, prima ancora Re Sole, prima ancora Re Erode. La storia, da sempre, si ripete: Italia, ormai, schifosissima dittatura lercia, ma..f..ascistissima.
c) Obama Barack, per noi, promise benissimo, ha iniziato, ora, ufficialmente, ancora meglio. Preinizio’ snobbando Silvio Berlusconi, durante il suo viaggio in Europa di alcuni mesi fa, ha iniziato, non prendendo la sua telefonata, ma si, quella, di altro mezzo mondo politico. E neanche ritornandola, come invece ha fatto con l’altro ancora mezzo mondo politico. Qs ha fatto schizzare il mandante di assassini, mafioso, camorrista, ndranghetaro, fascistissimo, Silvio Berlusconi, anzi, visto il caso, diremmo, Silvio Berlusxuxluxcloni, che apposta lo ha voluto provocare nazirazzistissimamente dandogli dell’abbronzato e qs in linea con Gianfranco Fini che sei mesi fa disse, manco fosse il piu’ assassino degli Afrikaner sudaficani: “ mai un negro alla Casa Bianca”. Niente da fare: chi assomiglia a Silvio Berlusconi, ossia chi e’ un massonazimafioso piduista complottardo scafato, da sempre, lo adora. Chi e’ come lui: un criminale, un killer, un delinquente, un codardo, un falso, un ladro, un corrotto, un corruttore, un abusatore di zoccoline varie, lo difende. Chi invece e’ per bene lo schifa. Felicissimi che Obama, abbia dimostrato di essere parte di questi secondi, come noi, che abbiam tifato Obama Barack gia’ da fine 2006, allorche’ gli sfigati eran pro lui, e i fighettini, pro Hillary Clinton, uno che defini’ Berlusconi “ un gran uomo”, solo perche’ dei fascismoderni Lions clubs come lei, prima delle elezioni salva Italia del 06, e che con qs, perse ogni ns futuro supporto.
Scrivo al plurale, perche’? Perche’ siamo un network internazionale di italiani e non, appena nati, da pochi gg, con nome: “ SALVIAMO L’ITALIA DALLA MAFIA NAZIFASCISTA DI SILVIO BERLUSCONI”, e qs e’ il ns primo post, a rileggerci, sicari mafiosi, anzi sicari ma..f..ascisti, Berlusconiani, permettendo, obviously.
Alleghiamo due posts di un italiano all’estero che stiam seguendo e non disprezziamo, due posts dell’eroe anti”Berlusxuxluxclones”, Michele Nista; uno che si e’ dimostrato, incredibilmente preveggente, sulla caduta, di Wall Street, gia’ a partire da un anno e mezzo fa, e che “similprofeto’”, allora, ossia 15 mesi fa, il livello dove il Dow sarebbe arrivato, 8000, tra i risolini, le menzogne e le delegittimazioni di tutti i porci mafascisti Berluscones, allorche’ il Dow stesso valeva il 70 pc in piu’, rispetto a 8000 stesso.
Titolo dei posts dell’uomo che Silvio Berlusconi, tantissimo teme, e complotta, anche a morte, l’eroe antiBerluscones, Nista Michele: “il pensiero di Nista” e ” zio Michele alias Michele Nista” . “NEVER GIVE UP ON A GOOD THING”, cantava il grande Al Jarreau: let’s do it, from now, till ever with the Berlusxuxluxclooneeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeees
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1- Il pensiero di Nista 15.10.08
Nel Settembre 2007 parlai con Paolo stesso, piu’ o meno per caso, dopo lunghissimo tempo che cio’ non accadeva, al telefono. Il Dow era 13.500. Lui era bearish, ma io molto piu’ di lui. In tanti si aspettavano il rally ottombrin/natalizio verso 15.000, del Dow stesso. Mi ricordo che quel giorno uno Spirito infuocatissimo mi travolse mentre conversavo con lui e gli dissi, rossissimo in faccia, col cuore battente a mille: “il Dow prima delle elezioni Us del prossimo anno, andra’ a 8.000, se non sotto, se hai le palle scrivilo, come on, scrivilo”.
Due gg dopo, di nuovo, settembre 2007, egli scrisse ” e se crollasse a 8000″? Il post, di certo, dovrebbe essere ancora li. Il valore del Dow era ben superiore a 13.000 in quei giorni. Prevedere una cosa del genere era un po’ come predirre che meta’ pianeta Terra, entro 9 mesi, sarebbe andato a sparire totalmente ( anche se pero’, se andiamo avanti cosi’…): possibilita’ di far brutta figura enormi, bella, scarisissime.
Il Dow ebbe picchi in su la scorsa primavera ma noi insistemmmo nelle nostre visioni. Anzi, la scorsa primavera stessa, io scrissi spesso che se Bernanke avesse voluto smettere di fare “l’Enrico Cuccia”, il simil burattinaio del caso, Lehman e Morgan Stanley sarebbero potute fallire. E cio’ mentre il Dow, intanto, era tornato a 13.500 e i giornali piu’ importanti parlavano tutti di crisi ” sicuramente finita”.
La prima banca delle due sopracitate che Bernanke teneva in vita, poi, Lehman, falli’ per davvero, la seconda, Morgan Stanley, ha bombole di ossigeno salva vita, ovunque, oggi piu’ che mai ( solo perche’ super repubblicana), senza le quali, per me, avrebbe gia raggiunto la prima di cui sopra, da settimane ( non che ci goderei, ma la realta’ , per me, e’ qs; ed e’ figlia di estremissima aggressivita’, spessissimo ” over the border”, da ogni punto di vista, che le due banche han posto in essere, dal 1991 in qua).
La mia visione, poi, di un Dow sotto l’8000, del 9.07, venerdi scorso, si e’ incredibilmente realizzata. Ho sentito quel giorno, pero’, che il tutto, ormai, stava diventando come ballare sul Titanic, prima che lo stesso potesse andare ad inabissarsi.
L’Fmi, nello scorso weekend, infatti, disse che tutto era ormai vicino alla fine di tutte le banche del mondo. Venerdi scorso, inoltre, col Dow a 8.400 piu’ o meno, sentii pure che la festa per i ribassisti era ormai finita, e che era ora di comprare, aggressivamente, e ne scrissi subito in vari posts, sotto forma di ” commenti”.
Non che non si potesse scendere oltre, ma che la festa, ossia che i guadagni facili, vendendo per poi ricomprare, era piu’ o meno finita. La mia visione del Dow iniziante per 7 e di 4 numeri, crollato quasi del 50 per cento in poco piu’ di un anno, si era realizzata.
Ora ne ho un’altra. Mercato che volera’ di nuovo a 13.500, esatto da dove scese, guarda caso, 14 mesi fa, in caso di vittoria di Obama, mercato depressissimo, affossato tra 8.300 e 6.500, in caso di vittoria di Mac Cain.
Nervoso, su e giu, imprevedibile, tra qui e l’election day. Con occhi puntatissimi ai sondaggi. Siamo in mano agli elettori Usa ? No, per me in mano alla Cia. La Bbc stessa e non TelePolPotinternational, ha detto pochi giorni fa in un megadocumentario sulle elezioni Usa , che Bush vinse solo grazie a furbate della Cia, nel 2000 e nel 2004. Ufficialmente. Spero che la Cia capisca che la politica, la democrazia, la sopravvivenza dell’intero Pianeta Terra, ha bisogno di alternanza, di cambi anche radicali di linee decisionali. E che il mondo, ora, di un leader Usa e quindi, un po’, dell’intero nostro pianeta stesso, che riduca tensioni e venti di guerra globale ( grandi parole di Obama, per me, quelle che disse 4 mesi fa: “abbattiamo tutti i muri”), ne stra necessita. In qs caso, se la Cia cio’ capira’, e non bluffera’, e non truffera’, di nuovo, i mercati letteralmente voleranno, e in relativamente poco tempo, torneranno al livello da cui iniziarono a crollare 14 mesi fa.
Saluti, Michele Nista
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2- Zio Michele alias Michele Nista, 31.10.08
Anch’io, come Paolo, sento molta puzza di bruciato su qs gap sempre piu’ allargantesi tra Btp e Bund. Nonostante in qs giorni mi sia beccato un influenzone alla superFantozzoni, la mia passione per il ” what’s going on”, mi ha voluto far parlare con alcuni ( due o tre)dirigenti di primarie merchant banks qui a Londra ( magari, freschi freschi di fusioni ” salva posto di lavoro”o situazioni simili). Al mio chiedere loro un feeling su qs gap che si allarga, esatto come fanno le crepe nei muri prima di un terremoto, o crollo, essi mi han dato TUTTI una risposta che ho trovato, per quel che mi riguarda, davvero raggelante: ” democracy issues”. Piaciono sempre meno qui all’estero le foto in prima pagina del Corriere, che inquadrano un clima da ” guerrina civile” stile 70’s, che ormai, parrebbe, e’ davvero iniziata in Italia ( tipo quelle riguardanti studenti di Milano, di una decina di giorni fa o di Piazza Navona, di un paio di giorni fa). Cosi’ come le posizione antiecologiche di Berlusconi ( critiche addirittura da un uomo di, davvero dx, come Nikolas Sarokozy) o il suo voler azzerare le preferenze, e quindi, diciamolo pure, la democrazia, in vista delle elezioni europee. Siccome sono, piu’ o meno, un bastian contrario nato, in un mondo, dove quasi tutti han paura a mettere le dita sui punti piu’ delicati, per via delle ritorsioni che cio’, specialmente in Italia, comporta ( non Paolo B., di solito, pero’, gliene do’ atto), a me sorge spontaneo farlo. Se no, chi mai capira’ che cosa? Passiamo ora, pero’, al leit motiv per cui si dovrebbe scrivere qui, la finanza ( peccato pero’ che se “la finanza” esista ancora, e’ perche’ la stessa e’ appena stata salvata dalla “politica”; e quindi si e’ ormai fusa, e’ un tutt’uno, con la politica; e quindi ” bis”, provare a parlare di Borsa, ma non di politica, lo trovo davvero un esercizio ipocritissimo, alla tre scimmiette: ” don’t wanna hear, listen, talk”).
Borsa: ho letto su internet che qualcuno, ovviamente sorpreso, forse, anche, scioccato, da alcune cose, per me davvero definibili “soprannaturali”, avvenute in qs blog, in qs ultimi 15 mesi, sta’ cercando di delegittimare, screditare lo stesso, indebolirlo, macchiarlo, scrivendo delle menzogne davvero ridicole, ( sorry, ma non so’ come altro si potrebbero definire; che sia qualcosa di simile alla famosa “invidia”? penso di no, la chiamerei, di piu’, ” pezzenteria”).
In un mondo che vive di marketing e comunicazione, pero’, non si puo’ darla vinta alle bugie altrui. Lo dico, come da mio carattere, con molto senso di understatement e, quindi, con assoluto ribrezzo per lo sbruffonismo, ma, son costretto, dal non vero citato altrove, ora, a doverlo esprimerlo: io, Michele Nista insieme a Paolo Barrai, da settembre 07 in qua, sulla direzione dei mercati, non abbiamo ancora “ciccato” nulla. Per lo meno quando lui ha scritto rappresentando me, o quando io, direttamente, lo feci, in italianeggiante o italiano misto a inglese, spagnolo, portoghese e anche un po’ di ” terrun”, esso, fosse. Se lo scrivo e’ perche’, di certo, immagino, prima o poi, accadra’ che erreremo, ma non e’ giusto che cio’ lo si faccia avvenire, mentre ancora non si e’ verificato ( per ragioni politiche, ideologiche, filosofico/massoniche o chissa che).
Scritto piu’ velocemente possibile, perche’ anche per me, e’ giustissimo il detto ” chi vive di passato, e’ ormai gia’ quasi andato”. Beccammo tutto il calo del Dow ( insistendo anche quando sembrasse che lo stesso volesse risalire potentemente; 3.08) e addirittura il minimo, ossia un qualsiasi livello sotto l’8000, e con 14 mesi di anticipo. Lo predimmo nel 9.07, mentre lo stesso era 13.500, ossia il 75 per cento sopra un eventuale 7.999. Vi e’ pure un post a tal riguardo, datato ” inizio autunno 2007″. Tre venerdi fa, alle ore 13, RIPETO, ALLE ORE 13 ( perche’ dietro qs dettaglio si nascose il ” diavolo” delle “marachelle” col naso lunghissimo, altrui), quindi ben prima che Wall Street aprisse, io qui scrissi che quel giorno si sarebbe dovuto comprare ( mentre altrove scrissero che esprimemmo cio’ il lunedi seguente, bugia davvero ridicola, scritta di certo sapendo che essa e’ tale; quindi, ” double fault”) e quello stesso di’, la nostra visione di un Dow di 4 numeri col primo di questo tipo, 7, fatta gia’ 14 mesi prima, incredibilmente si avvero’. FU COME SE UN INCREDIBILE, INIMMAGINABILE CERCHIO, SI CHIUSE.
Da li il mercato sali’ il 25 per cento, ripeto, il 25 per cento. Non penso che avremmo dovuto scrivere anche ” ora vendete”, il mondo, se lo dirige qualcuno, per quel che mi riguarda, questo qualcuno e’ il Creatore, non certo piccoli “bloggherini” come me, o noi, qui. Scrissi simultanemante, in quei giorni, una frase inequivocabile, ” riempitevi di dollari”, e il dollaro fu poi superstar, ( nonostante il taglio dei tassi), di qs ultime settimAne. Finita la fase di “rialzo stellare”, pur se breve, del Dow, scrissi che il mercato avrebbe avuto da quel momento all’election day, forti oscillazioni, che non sarebbe piu’ stato unidirezionale, e che sarebbe stato ” worth it” fare scalping e non piu’ puntare sulla scontata ” minestrina calda” di un Dow sempre andante in giu o in su. E anche qs avvenne. Scrissi anche che un feeling di vittoria di Obama a