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Come vincere una protesi con un concorso di bellezza - Miss Landmine 2008
Brescia, Bergen, Luanda; tre città diverse, quasi agli antipodi, eppure accomunate da un’incredibile fil-rouge. Ecco la storia.
Luanda è la capitale di uno degli stati più martoriati dell’Africa, l’Angola, un paese quattro volte più grande dell’Italia, con un sottosuolo così ricco da sembrare l’ultima volontà della famiglia Van Cleef: oro diamanti, uranio, bauxite, fosfati, petrolio, ottocentomila barili di petrolio al giorno, che fanno dell’Angola il secondo produttore di greggio del continente, secondo solo alla Nigeria. Sopra, invece, la miseria più nera; 100.000 mila angolani che muoiono di fame, altri 80.000 mila vaporizzati o mutilati dalle mine antiuomo e anticarro. “Di due cose abbonda l’Angola: di petrolio e di mine - scriveva dieci anni fa, Pietro Veronese, inviato speciale de ‘La Repubblica’ e grande esperto d’Africa. Da allora nulla è cambiato. Il petrolio, causa vera della guerra civile che per 27 anni ha lordato di sangue l’Angola, zampilla ancora copioso nei pozzi e le mine, oggi più che mai, continuano a terrorizzare gli angolani.
C’è chi stima 9 milioni di mine occultate nel sottosuolo del paese, chi 11, chi addirittura 15. Organizzazioni non governative internazionali da anni cercano di bonificare il Paese. Si lavora coi metal detector, fra mille difficoltà e una natura avversa. In Angola le piogge torrenziali devastano come tsunami; a gennaio nella sola Luanda sono morte 46 persone. Allagano le strade, facendo riaffiorare le mine, e quando i profughi arrancano nel pantano, i morti e i mutilati si contano a migliaia. Nel sud dell’Angola, invece, il fango nasconde i terribili ordigni al plastico, così terribili che i metal-detector non riescono quasi mai a localizzarli. Quando nella primavera del 2002 i ribelli deposero le armi, decretando di fatto la fine della guerra civile, gli angolani credettero di poter tornare alla normalità. Non avevano fatto i conti con le mine. E’ impossibile far tornare alla normalità un paese in cui c’è una mina per ogni abitante. Sminare un campo per coltivare riso, zucchero o banane è un’impresa. E’ un’impresa anche costruire una scuola; ci vuole più tempo per bonificare il terreno in cui verrà edificata che non costruirla. “La prima visione è quella di un paese di storpi - scriveva Veronese - Di gente che va con le stampelle, di bambini che si trascinano sulle mani, di gambe amputate, di protesi per i più fortunati. Si sa da tempo delle mine antiuomo, del largo uso che se ne è fatto in Angola. Ma gli occhi stentano a credere che il numero delle vittime sia così vistoso. Si contano, in tutto il paese, settantamila mutilati, novemila dei quali sono bambini. Lo spettacolo degli handicappati è onnipresente“.
Qualche giorno prima che Veronese arrivasse in Angola, il paese era stato visitato da Lady Diana che aveva dato eco planetaria all’emergenza mine. Poco dopo, a Oslo, 98 paesi si accordavano sulla messa al bando delle mine antiuomo, tutti tranne uno, gli Stati Uniti di Bill Clinton. Tra i norvegesi venuti ad Oslo per seguire l’evento c’era anche un giovane artista di Bergen, Morten Traavik. Morten ancora non lo sapeva ma le mine antiuomo sarebbero diventate la sua ragione di vita.
“Ero a Oslo - confida - per urlare ‘Basta!’ ai potenti della terra. All’epoca, sapevo a malapena dove fosse l’Angola. Sapevo che era stata una colonia portoghese, che ci avevano combattuto russi e cubani, e che adesso aveva più mine che abitanti“. Nel 2003 Traavik viene invitato in Angola dal padre della sua fidanzata. La guerra civile è appena finita, il paese è ancora nel caos, lo spettro delle mine insanguina la quotidianità. Ogni giorno qualcuno muore o resta mutilato. Ma c’è anche un’altra Angola che nonostante i lutti, le mine, le malattie e la fame, vuole vivere, pensare ad altro, e perchè no, divertirsi. In quei giorni a Traavik viene chiesto di fare da giurato in un piccolo concorso di bellezza organizzato in una strada dietro la casa del suocero. “Chiusero la strada con dei bidoni di latta per far sfilare le ragazze - confida Traavik - Non avevano trucchi; solo un po’ di talco, una matita nera, e un rossetto che passava da una miss all’altra. Restai a guardarle, incantato. Uno dei ricordi più belli che mi rimase di quel viaggio in Angola“. Quel piccolo concorso e l’orrore delle mine; quando Traavik torna a Bergen non pensa ad altro. Poi un giorno, l’idea. Miss Landmine. Un concorso di bellezza in Angola. Le concorrenti? ragazze mutilate dalle bombe. Il premio? una protesi alla prima classificata. Appena cerca fondi per il progetto, gli ridono dietro. “Lei sta allestendo un freakshow, mister Traavik“. Lui risponde che non sono freaks le sue miss, ma esseri umani. La sua è ovviamente una provocazione; vuole sensibilizzare l’opinione pubblica, trovare fondi per aiutare quella gente, ma anche restituire alle vittime la loro dignità di donne. “In Angola - informa Traavik - le donne mutilate dalle mine vengono isolate. Col mio concorso voglio strapparle da quell’isolamento, voglio restituire loro la voglia di vivere, voglio risarcire la loro femminilità negata“. Ma sono in molti a pensare che con la sua provocazione si sia spinto troppo oltre, che il rischio del freakshow, della parodia, sia dietro l’angolo. Le porte che gli sbattono in faccia non si contano, ma alla fine il tenace Traavik trova fondi, patrocini, sponsor. Insieme alla coreografa Gaby Scarouffi inizia a girare l’Angola in cerca di concorrenti per Miss Landmine.
In 27 anni di guerre e di guerriglie, i soldati hanno occultato ogni genere di ordigno nel sottosuolo angolano. Le mine antiuomo, per esempio, sono arrivate da quattro continenti e da paesi come Nepal, Singapore, Israele, Romania, Ungheria, Corea, Russia, Cuba, Iran, Pakistan, Stati Uniti, Cina, India, Burma. Anche dall’Italia, e per essere più precisi, dalla provincia di Brescia, da Castenedolo. Ana Diogo aveva nove anni quando in un campo di Benguela una mina antiuomo le divorò una gamba. La mina era italiana, la famigerata Valmara 69 della Valsella, 12 euro di mina concepiti per spappolare fegato e addome. La detonazione della Valmara avviene in due fasi: una prima carica solleva a 80 centimetri da terra un cilindro contenente circa 2000 frammenti metallici, una seconda carica causa poi la vera esplosione che irradia i frammenti a 360° gradi nella zona circostante. Questa mina è mortale nell’arco di 27 metri e può ferire fino a oltre 200 metri. Ana non muore però le amputano una gamba. Dieci anni dopo si sposa, partorisce tre figli, ma le muore il marito e ora mantiene la sua famiglia vendendo pomodori in strada. Traavik decide di cominciare da Ana, la elegge Miss Benguela. Altre nove concorrenti si aggiungeranno a lei. Quello che Ana ignora è che la mina che l’ha mutilata è stata costruita in una fabbrica che fino al 1980 produceva solo televisori e mobili di plastica. Poi la fabbrica fallisce, i suoi 200 dipendenti vengono messi in cassa integrazione per un anno, vengono tagliati 140 posti di lavoro e ai 60 rimasti viene comunicato che la Valsella non produrrà più televisori, ma lavorerà per l’esercito. In 10 anni, collaborando con la S.E.I. (Società Esplosivi Industriali) di Ghedi, la Valsella sforna più di 30 milioni di mine. Se un operaio fa troppe domande, la risposta è sempre quella: ‘Segreto militare’. Alla fine, nessuno chiede più niente a nessuno; le commesse sono grandiose, i salari, ottimi e puntuali. Finchè qualche operaio apre gli occhi, alza la testa. E non ci sta più a costruire strumenti di morte. La fabbrica viene chiusa nel 1994.
Ana tutto questo lo ignora, e anche a sapere la storia della Valsella quella gamba che non ha più le darebbe ancora più dolore. Adesso pensa solo a vendere pomodori e alla finale di Miss Landmine, prevista nell’aprile del 2008. In palio c’è una bellissima protesi della Sophies Minde di Oslo. Perchè non ne può più delle sue stampelle. “Ho camminato così per 23 anni. Credo sia arrivato il momento di tornare coi piedi per terra“.
P.S. Dimenticavo. Il tenace Traavik non si ferma qui. Recentemente è tornato dalla Cambogia. Presto, anche lì, verrà incoronata una Miss Landmine…


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