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Kenya, una tragedia ‘ruandese’

Da giorni leggo notizie orrende arrivare dal Kenya. Come sapete laggiù c’è stata un’elezione, Mwai Kibaki contro Raila Odinga, kikuyo come Kenyatta il primo, luo il secondo, la terza etnia del paese. Il primo ha vinto ma il secondo è sceso in piazza denunciando brogli elettorali confermati in queste ore anche dal ministro degli esteri francese Bernard Kouchner. Truccare le elezioni in Africa è prassi comune come una morte per malaria, ma stavolta no, stavolta Odinga e il suo elettorato non hanno incassato il colpo in silenzio. Dicono che la capacità di sopportazione degli africani sia infinita. Non nel Kenya di questi giorni. E così in poche ore la rabbia di una sconfitta si è trasformata in una tragedia ‘alla ruandese’.
Eldoret, un massacro in puro stile Interahamwe
I bollettini che arrivano da Nairobi hanno il marcioso lezzo di una biologia genocida in azione. Centinaia i morti, decine di migliaia gli sfollati, più di cinquanta persone arse vive in una chiesa di Eldoret, missionari che invocano aiuto, appelli disperati della Croce Rossa che non esita a parlare di ‘calamità naturale’, piani di evacuazione per i turisti, bimbi assassinati nelle strade, case e fattorie in fiamme, lo spettro di pulizie etniche. No, questo non è il mio Kenya, quello in cui ho vissuto per sette anni, quello che non sono mai riuscito a levarmi dalla testa, quello che al solo pensiero un sentimento di adorazione confusa mi inonda il cuore. Il mio Kenya era un paese miracoloso, così miracoloso da irridere la geopolitica. Mentre tutti nel Corno d’Africa si massacravano, il mio Kenya rassicurava il mondo (e i tour-operator) con una stabilità politica che sembrava uscita dal cilindro di un prestigiatore. Se ripenso a quegli anni ricordo il fallimento dell’alleanza a tre tra Kenya, Uganda e Tanzania, la cosiddetta comunità dell’Africa Orientale. Erano partiti con l’idea di avere tutto in comune: flotte aeree e navali, linee ferroviarie, persino i francobolli. Ma litigarono quasi subito, e un anno dopo che Amin uscì dalla Comunità, Nyerere gli dichiarò guerra. Per andare da Nairobi a Dar-Es-Salam, Tanzania, bisognava prima volare da Nairobi a Kampala, e poi da Kampala a Dar-Es-Salam. Stessa cosa al ritorno. Se invece la destinazione era Kampala, volo da Nairobi a Dar-Es-Salam, poi Dar-Es-Salam Kampala. Niente voli diretti. Un manicomio, insomma!


Il miracoloso mastice di Kenyatta
Julius Nyerere preferì consegnare la Tanzania ai comunisti di Pechino e a centinaia di migliaia di biciclette ‘Made in China’, nere come un occhio pesto. Idi Amin Dada spolpò l’Uganda fino all’osso con una dittatura tra le più efferate che essere umano ricordi. Nel Sudan pre-Darfur il presidente Nimeiri impose la Shari’a nel codice penale e aprì le porte del suo paese all’Islam più cupo e più sinistro di tutto il continente. Somali, etiopi e eritrei si disintegravano già allora con le loro faide infinite, Ogaden in testa. Il Kenya, invece, sembrava immune da tutta questa follia. Un metro oltre i suoi confini era genocidio, guerra civile, dittatura. Un metro dentro era il reef di Malindi e di Watamu, i charters della Francorosso e della Neckermann, i safari allo Tsavo e all’Amboseli, i Masai coi rullini della Kodak infilati nei lobi delle orecchie.
Certo, la democrazia del vecchio Kenyatta era molto discutibile, la corruzione inesorabile e petulante, il bracconaggio arginato con troppa sufficienza, i conflitti tribali, mai risolti, ardenti sotto le braci, l’insofferenza per i privilegi concessi dal presidente al suo popolo, i kikuyo, sempre più manifesta. Ma il carisma di Kenyatta era un mastice eccezionale che teneva unita la nazione, permettendo a noi bianchi di vivere il Kenya in pace e prosperità. Era anche l’unico paese africano, Sudafrica e Rhodesia esclusi, in cui i bianchi azzardavano investimenti. Poi il Vecchio morì. Il 22 agosto 1978. Venne da noi un militare amico della Base San Marco a informarci. “L’ho sentito adesso alla radio” e non aggiunse altro. Per sei giorni i bianchi di Malindi non si staccarono dalle radio e gli indiani fecero affari d’oro vendendo loro armi e munizioni. Ora che il Vecchio è morto, pensavano, il mastice non avrebbe più tenuto insieme nemmeno un foglio di carta da parati. Era giunta l’ora di regolare vecchi conti, di farla pagare agli odiati kikuyo. Per sei giorni aspettammo la marcia su Nairobi delle tribù guerriere, Masai in testa. Coi fucili in soggiorno. Ma non ci fu nessuna marcia. I Masai restarono a casa loro, coi rullini della Kodak nei lobi delle orecchie e Daniel Arap-Moi fu molto convincente nel raccogliere la leadership del Vecchio. Dicevano sarebbe stato un presidente di transizione come l’egiziano Mubarak. Governò invece più di Kenyatta. Il flusso dei charters anziché fermarsi raddoppiò, si triplicò, Malindi divenne sempre più enclave italiana e Rimini d’Africa. Ormai svernare una settimana a Malindi era diventato esotico come portare i figli a Gardaland. Intanto però il Kenya cambiava. La corruzione si faceva ancora più petulante e inesorabile, la criminalità più spietata e soprattutto organizzata - i criminali di cui ho memoria erano un pugno di sbandati della Tanzania o dell’Uganda, laceri e scalzi, che ogni tanto derubavano i turisti che si allontanavano dalle spiagge degli hotel con la minaccia del machete. Duravano un paio di settimane poi si eclissavano nel bush. I nuovi, oltre ai machete, dispongono di armi da fuoco con le quali non si limitano a minacciare.

Kibera, un inferno da un milione di posti
Sì, il mio Kenya è cambiato tanto in questi anni. E in peggio, purtroppo. Dicono che Al-Qaeda ha trovato terreno fertile quaggiù. Basi, appoggi, complicità ad alto livello. Ma senza scomodare Osama basterebbe vedere com’è cambiata Nairobi. L’ultima volta che ho camminato per Kibera c’erano 200.000 mila reietti che cercavano di sopravvivere in un lago di immondizia e di violenza. Oggi il lago è un oceano in cui affogano ogni giorno più di un milione di disperati. Kibera ha oscurato tutte le altre bidonvilles africane, Lagos compresa. Bambini che campano di sola colla, la più alta concentrazione di malati di HIV di tutto il paese, furti, stupri, omicidi, uno scenario apocalittico. Da lì a quello che sta accadendo in questi giorni nel resto del Kenya, il passo è breve.
Diceva Karen Blixen che il Kenya lo conosceva come pochi: “Non credo nel male, credo solo nell’orrore. In natura non esiste il male, esiste solo l’orrore nelle sue innumerevoli forme“.
La forma esatta di questo nuovo orrore la scopriremo solo nelle prossime settimane.

Foto: via Daily Telegraph

