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L’Italia non è la Svezia
Il cancro dell’Italia, è che la “politica ufficiale” fa le promesse adatte per la Svezia, e l’italiano finge di non sapere di vivere in Italia.
Poco prima che iniziasse la campagna elettorale, quindi quando ancora avevamo un governo, le persone con le quali parlavo, mi dicevano che se tutto continuava così, ci sarebbe stata la rivoluzione. Qualcuno – e ricordo bene che era un operaio della Telecom – mi disse addirittura che lui avrebbe voluto possedere un mitra.
Se ci parlassi oggi, dopo l’avvento dell’epoca buonista amerikan style di Veltroni, probabilmente lo stesso mi direbbe che yes we can change.
Apro una parentesi, detto tra noi, nonostante la mia colpevole predilezione verso l’innegabile bellezza degli afroamericani, non nutro particolare simpatia per Obama, ritenendolo comunque il candidato americano, meno peggio.
Ma tornando in Italia, ho perso la curiosità di comprendere come qualcuno possa davvero voler votare berlusconi, perché il concetto è chiaro. L’Italia è il paese del malaffare.
Rubano tutti, dal negoziante che non ha mai i due centesimi di resto all’avventore che non ha nemmeno un centesimo, da colui che non paga il canone, a colui che evade il fisco ed esporta i capitali all’estero.
Solo che l’italiano che finge d’essere svedese, dirà che gli altri sono ladri, mentre lui è uno che in qualche modo deve arrangiarsi.
Ci pensavo in questi giorni, dato che una signora non fermandosi ad uno stop, mi ha preso in pieno la macchina.
Io quindi non ho colpa, se non quella di aver avuto abbastanza riflessi da manovrare in modo di limitare i danni, e non cagionarmi nessun trauma fisico.
E deve essere colpa grave, se a distanza di sette giorni, ancora mi sento rivolgere la stessa domanda: “Non sei andata all’ospedale?”
Se avessi gli attributi, me li sarei grattati. “No, non mi sono fatta niente…”
“Ma lo sai che se ti facevi mettere un collare, o mobilizzare un braccio, avresti beccato almeno 5.000 euro?” E te lo dicono con disprezzo, questi svedesi.
Il primo aprile, scadono i quattro anni, e quindi dovrò anche fare la revisione. Bene, mi dico, visto che ho il parabrezza filato da tempo, farò fare tutto dallo stesso carrozziere, sia le riparazioni dovute all’incidente che i piccoli ritocchi di manutenzione.
Il carrozziere voterà per berlusconi.
L’ho capito quando gli ho chiesto di cambiarmi il parabrezza, e lui mi ha risposto così:
“Ma sarà difficile metterlo in conto all’assicurazione, però non ti preoccupare, che tanto io la revisione te la faccio passare anche senza cambiare il vetro…”
Quando è stato chiaro il fatto che il parabrezza doveva cambiarlo, magari pagandolo come si usa fare in Svezia, per la mia sicurezza, e per mantenere il senso della revisione delle auto, ha alzato le mani:
“Ah, se lo dici tu, allora okkei”.
Così poi mi metto a pensare, ed è fatica non cedere alla tentazione di mettere qualcosa dentro uno zaino, e saltare sul primo treno che passa; partire e non fermarmi mai, e soprattutto non voltarmi mai indietro.
Rita Pani (APOLIDE)

