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Libertà in Cina

Ieri sul Corriere della Sera c’erano delle considerazioni interessanti di Marta Dassù sulla Cina di ieri e di oggi. Idee interessanti, che condivido e alle quali voglio aggiungere alcune personali considerazioni.
I progressi fatti dai cinesi in questi anni sono sotto gli occhi di tutti e sembrano dei veri e propri miracoli. Ce lo aspettavamo, inutile negarlo. Sappiamo quanto si parla di Cina, quanto questo mondo unisce fascino e incognite sul nostro presente. La Dassù cita i diritti umani; c’è la grande illusione che un cinese abbia gli stessi diritti di un occidentale, le stesse opportunità, le stesse tutele ma sappiamo che non è proprio così. La domanda è: le Olimpiadi sono state un’occasione per la Cina? O per dirla esattamente come nell’articolo: le Olimpiadi hanno portato progresso nel rispetto dei diritti umani?
Vi propongo un paradosso. In questi giorni ho bazzicato a Locarno al 61° Festival Internazionale del Cinema. All’uscita del sottopasso che immette sulla strada che va in piazza Maggiore c’è uno stand di Amnesty International. Tra gli altri ci sono riferimenti alla Cina. La questione dei diritti umani. Va bene mi dico. I diritti umani in Cina sono negati o fortemente limitati. Ma ammetteremo pure che la Cina viene da anni in cui i diritti umani e le libertà politiche sono negate. E quindi superare questa condizione è di per sè difficoltoso. Ma una volta posta la questione bisognerebbe guidare un processo di progressivo affrancamento, insomma vanno poste norme positive che consentano di progredire senza generare un caos ingestibile. Si ritiene possibile che questo avvenga subito? E, posto questo come fine, immettere un regime democratico sostituendolo ad un regime autoritario su una cultura molto diversa dalla nostra è possibile? Ma la domanda chiave è: quale regime democratico si può realisticamente portare oggi in Cina? Ed ecco il paradosso. Amnesty Intenational, pur facendo una campagna di sensibilizzazione meritoria, finisce per dimenticare che scoperchiare il vaso di pandora vorrebbe dire per la Cina assumere valori occidentali. In un solo colpo. Senza alternative. Perchè noi conosciamo la democrazia politica e sociale occidentale e siamo in grado di gestire questa. Siamo assolutamente impreparati a gestire il caos del crollo del Pc cinese ma se dovessimo “curare” la Cina, le possibile tensioni regionali, le lotte tribali che ancora ci sono nella Cina profonda, la sete di potere tra le bande familistiche? Alla Cina finiremmo per imporre in modo dirigistico la democrazia capitalista?!
(P.s. Se volete davvero capire la Cina profonda, l’orgoglio e il riscatto di questo popolo vi consiglio un libro Il Manager dei bagni pubblici di Fabio Cavalera)
LIBERTÀ PERSONALI E LIBERTÀ POLITICA
Il Pc cinese non resisterà a lungo
Lo sviluppo economico cinese ha costi umani, sociali e politici orribili - ha scritto il 7 agosto scorso sul Corriere Ernesto Galli della Loggia. Io aggiungerei: erano ancora più orribili, basti pensare ai milioni di morti del Grande Balzo in avanti e alle deportazioni della Rivoluzione culturale, i costi del non sviluppo economico cinese. So benissimo che il passato non serve a giustificare il presente. E non ho una vocazione «relativista», di fronte ai fatti del mondo. Ma mantenere un senso delle proporzioni è indispensabile. Dagli anni ‘ 80 di Deng Xiaoping, la svolta economica della Cina - in sintesi, la svolta verso il capitalismo - ha reso possibile l’ uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone. Nessuna ricetta della Banca Mondiale o nessun ammontare di aiuto pubblico allo sviluppo hanno mai avuto simili risultati. Nello stesso arco di tempo, il livello di libertà personale - il che non significa di libertà politica - è aumentato in modo notevole, come scrive su Aspenia il sinologo Minxin Pei, peraltro critico feroce del regime cinese. Tutto ciò non elimina certo la gravità dei costi ricordati da Galli della Loggia, dalla repressione in Tibet, a forme di lavoro forzato, ai processi sommari. Ma il grande quadro è questo: la Cina non è più un regime totalitario, come ai tempi di Mao. È un regime autoritario, che tollera un grado di libertà personale, fino a quando le libertà personali non diventano opposizione politica. Per cui la domanda è: per quanto tempo libertà personale e mancanza di libertà politica riusciranno a coesistere? Il regime autoritario cinese si è già scavato la fossa da solo? Fino a questo momento, il gruppo dirigente cinese è riuscito a sopravvivere al crollo del comunismo attraverso una formula ibrida: apertura economica, chiusura politica, nazionalismo. Le ipotesi occidentali, secondo cui l’ ascesa economica della Cina avrebbe prodotto una rapida democratizzazione, si sono infrante sulla realtà: il prodotto, per ora, è il ritorno del nazionalismo di stampo confuciano, quale collante interno e ideologia sostitutiva del maoismo-marxismo-leninismo. Di fronte al percorso accidentato della Fiaccola olimpica, i giovani cinesi hanno scelto il patriottismo. A Tienanmen, nel 1989, protestavano contro la Cina, guardando verso la Statua della Libertà. Nel 2008 hanno fatto l’ opposto: hanno protestato contro di noi, i difensori del Tibet, guardando invece verso la fiaccola di Pechino. Pochi scommetterebbero sulla sopravvivenza del Partito comunista cinese nel prossimo mezzo secolo. Con la normalizzazione dei tassi di crescita economica, di cui si avvertono i primi segni, entrerà in crisi la vera fonte di legittimazione dell’ ultima dinastia. Ma la spinta che viene oggi dalla Cina è questa, la spinta di un Paese che è tornato a pensarsi come grande potenza in ascesa. E qui la domanda è ancora più seria: fino a dove si spingerà il nazionalismo cinese? Su questo sfondo, i cinesi vedono le «loro» Olimpiadi come grande riscatto nazionale, dopo più di un secolo di frustrazioni; mentre il Comitato olimpico internazionale - non si sa se con più cinismo o più ingenuità - ha fatto finta di credere che le Olimpiadi avrebbero portato la Cina a grandi progressi nel rispetto dei diritti umani. È avvenuto l’ opposto, con un impulso al controllo che era prevedibile. Per entrambi, si è trattato di un errore di calcolo; e per entrambi, si tratta di un boomerang. Queste Olimpiadi delle ambiguità non dovevano esserci, questa è la verità. Ma ormai non ha senso parlare di boicottaggio. Boicottaggio di cosa? Se riteniamo che il regime cinese sia così «orribile», dovremmo boicottare la Cina in genere, non le Olimpiadi in particolare. Non pare che questo sia ancora il segno dei tempi, con visite politiche ad alto livello, centinaia di imprenditori al seguito e così via. La partita con Pechino è appena cominciata. E sarà lunga. La sfida vera non si gioca in uno stadio futuristico della capitale; si gioca sulle regole dell’ economia internazionale, sui criteri sociali e ambientali dei rapporti commerciali, sui diritti di proprietà intellettuale, sul principio dell’ interferenza reciproca negli affari interni degli Stati. È qui che dobbiamo cercare di vincere.
Dassu’ Marta
Pagina 23
(11 agosto 2008) - Corriere della Sera

