August
13

Lezione 21 - Il Giornale della cattiva stampa

Si tratta di opinioni. Sarà. Ma a Locarno, lunedì sera, ho visto una Lezione 21 interessante. Il 61° Festival Internazione del Cinema ha proposto questa pellicola di Alessandro Baricco che mi sono goduto al Fevi, l’auditorium dove vengono proiettate le pellicole della sera che passano nella piazza maggiore quando c’è rischio pioggia.

E’ vero, nel film si sovrappongono momenti differenti, ci sono digressioni e intrecci di prospettiva diversi, fasi della narrazione che possono sembrare pesanti. Ma il tema toccato da Baricco non è pesante, non è trattato retoricamente. Ha scene suggestive, un modo di immaginare quello che accadde molti anni prima. E’ una storia raccontata da un professore ai suoi allievi, l’ultima lezione di Kilroy, per dire di come Beethoven abbia vissuto l’esperienza del suo ultimo concerto. Un concerto in cui arriva solo, solo contro il pubblico a cui lancia una sfida. E’ un Beethoven stanco, sordo, che lotta per affrontare un principio e che vuole meravigliare il mondo. Tra ripetizioni e innovazione, tra genialità e retorica.

Kilroy immagina, crea un ambiente, un paesaggio nella neve, in cui si possa ripetere l’esperienza del grande musicista. E tocca il tema della celebrazione della gioia in musica. Addirittura sorge il problema di come si possa cantare una musica, di quale suono vocale si possa produrre con una sinfonia. Non è caso che nel film vi siano passaggi tra l’opera di Rossini e quella di Beethoven. Ma c’è una piccola verità, una considerazione che Baricco inserisce nel film che fonda l’opera di Beethoven. Una domanda per nulla retorica. Che posso tradurre così: per dare gioia serve un Dio?

Nel villaggio tra i monti, tra vallate nelle neve dove di crea la coreografia per ripetere l’evento dell’ultima sinfonia c’è il violinista, il maestro, che non può avere un assistente. Perchè gli anziani del luogo, quando sentono che il maestro celebra la gioia che viene da Dio, gli sottraggono l’assistente, un bambino a cui non deve essere pronunciata la parola Dio.

E nel film la coerenza c’è. Per fare musica che dia fratellanza, amizicia, l’An Die Frauden, per celebrare in modo allegro ma non troppo, molto vivace, l’adagio molto moderato e il finale presto non serve immaginare un ente superiore da cui discenda questo. Bastano le motivazioni dell’autore.

E’ nella coreografia, nella presentazione originale di Baricco e nel tono profondo e sentito con cui ci si appresta a ripercorrere la storia della Nona e il travaglio di Beethoven che si può cogliere una forma di genialità. Beethoven non avrà un successo. Anzi ammetterà poi, tre giorni dopo al ristorante, che è stato sconfitto. Il pubblico ha vinto, la sua opera non è celebrata come arte - all’evento c’erano poche persone, molte annoiate.

Di certo non ho visto gente annoiata al Fevi. Anzi. Al contrario di quanto riporta l’articolo de Il Giornale. Scritto per far capire poco, per dare un giudizio critico e poco aderente alla realtà. Un buon esempio di cattiva stampa.

(Per il Prix du Public UBS io e chi mi stava accanto abbiamo dato il giudizio massimo di tre possibili - j’adore!excellent)

Da Il Giornale:

Da Baricco un film cervellotico Beethoven è sotto processo di Cinzia Romani

Locarno - Lo spettatore medio, che non è un’astrazione simbolica, ma fa testo e cassetta, potrebbe ululare andando a vedere Lezione 21 (da ottobre nelle sale), film d’esordio dello scrittore torinese Alessandro Baricco, che stavolta dice la sua a proposito del compositore tedesco Ludwig van Beethoven. Troppo grande, per lui, troppo imbalsamato nella retorica contemporanea e, dunque, da demistificare a colpi di… già, di che cosa? Il film (ieri in Piazza Grande), recitato da bravi attori inglesi (Noah Taylor, Clive Russel e, soprattutto, John Hurt nel ruolo d’un professore genialoide), di fatto si presenta come un agglomerato di bellurie saggistiche, approfondendo, come fa in un’ora e quaranta, uno studio critico della Nona sinfonia, tramite quattro storie intrecciate avanti e indietro nel tempo.

Naturalmente, qui non basta combattere il tedio da arrovellamento, ma occorre conoscere le composizioni beethoveniane fin nella partitura, e, di converso, l’Inno alla gioia del sommo Schiller (rivale di Goethe), sotteso alla Nona sinfonia, pena il non comprendere le infinite sottigliezze della sceneggiatura baricchiana, densa di citazioni colte e rimandi a chiave. Insomma, siamo dalle parti del sogno fatto sognare a dispetto dei santi, ma tant’è: Baricco, anche socio della casa produttrice Fandango (quella di Gomorra), tenta il grande salto. «Il mondo della letteratura è diventato periferico», sostiene, «preferisco stare al centro della scena, per il tramite del cinema». E mentre si accinge a scrivere un nuovo romanzo, già pensa al prossimo film. Dopo il trionfo, nel 1994, del monologo teatrale Novecento, trasposto in cinema da Tornatore (La leggenda del pianista sull’Oceano, presentato in Piazza Grande nel 1999), l’eclettico autore aveva una voglia matta di passare dietro alla macchina da presa.

«Questa storia, nella mia mente da tempo, non potevo che girarla io, con l’aiuto del disegnatore Tanino Liberatore, che ha subito capito i miei personaggi», argomenta. Il titolo del film allude a una «fantastica» lezione del professor Killroy (John Hurt), che s’industria a dimostrare come circolino troppe opere sopravvalutate. Dal Partenone all’Ulysses di James Joyce (e qui, potremmo esser d’accordo), perché non buttar giù anche Ludwig? «Non amo il rapporto che la cultura ufficiale ha con Beethoven. Solo da uno sguardo laico può nascere una nuova valutazione: a un uomo del 2008, Beethoven, visto di fronte, dice poco. Meglio spostarsi di fianco», suggerisce. Durante la proiezione, qualcuno l’ha accontentato, girandosi di lato per schiacciare un sonnellino. Un po’ Greenaway (i personaggi in polpe, che raccontano in primo piano), un po’ teatro settecentesco (un veliero tra i ghiacci, la lentezza narrativa), Lezione 21 strizza l’occhio agli esteti anglofoni, amanti delle ricercatezze. Della potenza visionaria di Sergio Leone, però, dichiarato maestro di Baricco, è vano cercar traccia.

Loris Costa

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