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Le amnesie di Emma Marcegaglia

Sembra un convegno capitato a fagiolo. C’è la crisi finanziaria, si parla di impresa, si cercano ricette e si ci si fa ovviamente pubblicità. Il convegno degli industriali di Capri ha visto nella giornata di ieri diversi protagonisti. Ma sono state le dichiarazioni della Presidente che hanno registrato al meglio l’umore delle imprese. Si tratta di “conclusioni”, di richieste precise e motivate alla politica e alle istituzioni.
Però, leggendo attentamente quanto ha dichiarato la “Presidentessa” degli industriali nostrani, si finisce per capire che l’impresa italiana guarda con sospetto e preoccupazione a quanto avviene nel mondo della finanza; secondo la Marcegaglia la “finanziarizzazione” dell’economia è un danno e bisogna ripartire dall’economia reale che, al momento, considerata la fase congiunturale e gli sconquassi dei mercati finanziari, deve essere tenuta al riparo grazie all’intervento dello Stato. Intendiamoci: un intervento provvisorio, che ripristini le regole, e poi si torna a competere.
Francamente dalla Marcegaglia ci saremmo aspettati di più. Anche per la ribatezzata “lady di ferro” italiana la colpa è degli altri: gli Stati Uniti sono esportatori netti di instabilità ed è lì che bisogna ricercare cause e soluzioni di quanto sta accadendo.
Dico con sincerità che spero che il piano anticrisi messo a punto dalla screditata e “morente” Amministrazione Bush regga. Il punto è però un’altro.
La Marcegaglia imbroglia le carte. Sicuramente l’epicentro della crisi finanziaria attuale sono gli Usa. Ma come potremmo noi dimenticare i casi Cirio e Parmalat? Non erano queste le imprese italiane che hanno preferito l’economia di carta a quella reale? E’ questo che sconcerta. C’è la crisi, la colpa è degli altri, sempre degli altri e mai nostra. Avremmo preferito una seria quanto severa autocritica da parte dalla Signora Emma (alla quale ricordo il conflitto di interessi che la lega alla cordata Cai nel suo ruolo di capo degli industriali, ricevendo dal Governo una concessione pubblica e un’avviamento di 300 milioni derivanti dal prestito ponte accordato a maggio per non far morire Alitalia).
Mi sembra evidente che scaricare sulla mancanza di regole la condizione attuale in cui versa l’economia mondiale sia davvero ipocrita. Certamente siamo di fronte a fatti di portata storica, non classificabili nè paragonabili ad altri eventi simili in campo economico e nell’ambito dell’economia capitalista. Se però tutto si riduce a chiedere una regolamentazione stringente da parte dello Stato e poi a far ripartire “il mercato” quasi che si sia dinnanzi ad un evento transitorio, forse sono più gli interrogativi che si liberano che quelli a cui vorremmo dare risposta.
Chi ha “inquinato” con junk bonds i portafogli dei risparmiatori, chi ha concesso mutui immobiliari a tassi fuori mercato porta pesanti responsabilità sociali, incurante degli effetti derivati da questa incoscienza. Ma chi pensa, come la Marcegaglia, che l’impresa possa candidamente chiamarsi fuori da questi fatti sbaglia i conti. Più o meno tutte le imprese hanno creduto ad una nuova età dell’oro, ci hanno creduto anche gli enti locali con i contratti swap che costeranno ai contribuenti locali nuove tasse o aliquote più alte. Si è creduto, con supponente leggerezza, che i mali dell’impresa si potesso curare con l’alta finanza. Ma oggi, proprio oggi, andrebbe detta tutta la verità: la maggior parte delle operazioni economiche compiute dalle grandi imprese del paese sono a leva, poggiano su una scommessa di carta. Poggiano sulla fiducia dei consumatori e sui prestiti elargiti dalle banche per far reggere il sistema. Basti considerare il caso Telecom (senza voler scomodare Grillo) e il pesante indebitamento finanziario, i casi delle partecipazioni azionarie dei gruppi industriali del paese detenute dalle banche come capitale di rischio a garanzia dei debiti (non sono state le banche a salvare in anni recenti la Fiat partecando al capitale di rischio? e con quali soldi lo hanno fatto?).
Su tutto questo sembra che Emma non abbia avuto modo di riflettere e quindi non ha detto nulla. Ma diciamoci la verità: per quanto l’intento potesse essere uno stimolo alla discussione e alla critica gli industriali, il loro presidente, hanno preferito non dire.
Per dare fiducia all’economia e riportare la gente al consumo sarebbe stato bello sapere che l’impresa si ripensa, che ammette le sue colpe, che vuole ripartire seriamente da pilastri solidi, dalle radici di un’imprenditoria sana. Invece si è preferito invocare lo Stato.
Più amnesia di così…

